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Felicità ‘misurata’! In che modo si misura il benessere equo e sostenibile?

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Presentazione del Primo “Rapporto BES” 2013 sul benessere equo e sostenibile. Il Presidente del CNEL Antonio Marzano e il Presidente dell’ISTAT Enrico Giovannini hanno tenuto le relazioni introduttive del Rapporto. Il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile – nato da un’iniziativa del CNEL e dell’Istat – si inquadra nel dibattito internazionale sul cosiddetto “superamento del Pil”, stimolato dalla convinzione che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non debbano essere solo di carattere economico, ma anche sociale e ambientale, corredati da misure di diseguaglianza e sostenibilità. – Ieri è stato mostrato alla Camera il Bes, vale a dire la relazione dell’Istat e del CNEL sul Benessere equo e sostenibile. Il Bes è un dispositivo con il quale si misura non il semplice benessere economico (rilevato dal Pil con una rilevazione degli scambi dell’economia), ma la qualità della vita degli esseri umani. Il Bes analizza molti motivi che influiscono sulla nostra esistenza: salute, istruzione, ambiente, servizi sociali, lavoro, benessere economico, rapporti sociali, cultura, ecc. Il dato principale è

che in Italia di benessere ce n’è sempre in minor quantità. In un anno – fra il 2010 e il 2011, rileva il Rapporto, l’indicatore della «grave deprivazione», cioè della difficoltà a sopravvivere, è aumentato dal 6,9% della cittadinanza all’11,1%. Cioè ci sono stati 6,7 milioni di cittadini dell’Italia in serie problematicità finanziarie, con un aumento di 2,5 milioni in un solo anno. – Vita più lunga ma non migliore. Le donne, per esempio, un terzo della loro vita non è vissuto in buone condizioni. Disuguaglianza Nord-Sud: una signora di 65 anni al Centro-Nord ha aspettative di vivere bene ancora 10,4 anni, intanto che al Sud a stento 7,3. Per di più siamo pigri e tendiamo alla grassezza. Il vizio del fumo non retrocede a dispetto delle campagne d’informazione. E l’eccesso di bevande alcoliche si propaga tra i giovani. – Il rallentamento riguardo alla media europea e la notevole disparità territoriale si rilevano in tutti gli indicatori che esprimono istruzione. Per esempio la quota di esseri umani di 30-34 anni che hanno conquistato un attestato universitario è del 20,3% in Italia a fronte del 34,6% dell’Unione europea a 27 stati. Sono tuttora grandi le diversità territoriali: nel 2011 la quota d’individui di 25-64 anni con perlomeno la maturità superiore è pari al 59% al Nord e al 48,7% nell’Italia meridionale, mentre i giovani che non svolgono un lavoro e non studiano sono il 31,9% nel sud, il doppio della quota corrispondente al Nord (15,4%).  Si sta negativamente poiché il lavoro non c’è. Ma è cascata anche la qualità del lavoro e si allarga la precarietà: se nel 2008 il 25,7% dei contratti a termine progrediva in rapporti stabili, nel 2011 si è arrivati al 20,9%. E si guadagna pure di meno: Anche la partecipazione di lavoratori con bassa remunerazione (10,5%) e di lavoratori irregolari (10,3%) resta

fondamentalmente ferma negli ultimi anni, intanto che prospera la percentuale di lavoratori sovra-istruiti rispetto alle attività svolte (21,1% nel 2010). Rimangono forti i rapporti sociali, sia di modello familiare sia amicale. Nel 2012 sono il 36,8%, gli individui di 14 anni e più che si confermano molto contenti per le relazioni familiari. Nel 2009, quasi il 76% della cittadinanza ha affermato di avere familiari, amici o vicini su cui contare e il 30% ha dato aiuti gratis. E lo Stato?  Un disastro! Scetticismo nei partiti, nel parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali, nel sistema giudiziario. Una disapprovazione trasversale che attraversa tutte le parti della cittadinanza, tutte le aree dello stato e i differenti gruppi sociali A marzo 2012, il dato più cattivo: la stima media dei cittadini verso i partiti politici, su una scala da 0 a 10, è uguale a soltanto 2,3; seguono il Parlamento (3,6), le Amministrazioni locali (4) e la Giustizia (4,4). I dati statistici sostengono che dagli Anni Novanta in poi la microcriminalità è diminuita, sia pur con diversità territoriali e per modello di crimine. Ciò nonostante la sensazione d’insicurezza che i cittadini dell’Italia hanno è in crescita. La percezione d’insicurezza della cittadinanza non deriva per forza dal livello di espansione della delinquenza, ma pure dal deterioramento della condizione in cui si vive. Il pessimo governo del territorio è così, la causa scatenante della sensazione d’insicurezza.  È parecchio cresciuta la sensibilità comune riguardo alla qualità dell’habitat, al punto che, il benessere delle persone è strettamente collegato allo stato dell’ambiente in cui vivono, alla stabilità e alla consistenza delle risorse naturali disponibili. Un grandissimo interesse viene perciò riservato all’aria, all’acqua e al dissesto idrogeologico. Fonte: Cnel – Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro


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