Università di Messina: La Vitamina D allevia i dolori mestruali

Ricerca guidata del Prof. Lasco pubblicata su prestigiosa rivista americana. Il dolore mestruale, chiamato dismenorrea primaria quando non è associato a patologie pelviche, è una condizione molto comune che interessa nel mondo almeno una donna su tre in età premenopausale. È spesso associato ad altri sintomi come nausea, astenia e insonnia ed è responsabile di compromissione della qualità di vita individuale, ma anche di rilevanti conseguenze sul piano sociale, poiché dal 15 al 50 % delle donne coinvolte, a causa della severità dei sintomi, sono costrette ad assentarsi da scuola o dal lavoro con rilevanti implicazioni di tipo educazionale ed economico. L’assunzione di antinfiammatori non steroidei (FANS) è, ad oggi, il principale rimedio per la gestione di questo disturbo. La ricerca guidata

dal Prof. Antonino Lasco, del Dipartimento di Medicina Interna dell’Università degli Studi di Messina, pubblicata sulla prestigiosa rivista americana Archives of Internal Medicine, ha valutato, per la prima volta, gli effetti della vitamina D sull’entità del dolore mestruale in un gruppo di giovani donne che già da tempo riferivano questo disturbo. Lo studio randomizzato, in doppio cieco, placebo controllato ha dimostrato come le donne che avevano assunto la vitamina D presentassero una minore severità del dolore e non avessero dovuto ricorrere all’uso di FANS per i successivi due mesi di osservazione.Trovata la cura quindi? È la prima volta che viene testata la vitamina D in questa condizione che affligge tante giovani donne, commenta il Prof. Lasco, e quindi saranno necessari anche studi più ampi e con tempi di osservazione più lunghi. Certamente i dati della nostra ricerca, prosegue il Professore, riaccendono l’interesse verso il trattamento dismenorrea primaria ed aver scoperto una nuova possibile applicazione di questa vitamina è molto importante.I dati recentemente pubblicati supportano l’opportunità dell’utilizzo della vitamina D soprattutto nelle donne che ne risultano carenti; si potrebbe così limitare l’uso di FANS, spesso responsabili di ben noti effetti collaterali, contenendo inoltre la spesa sanitaria in considerazione del basso costo della vitamina D.  Fonte: Università degli studi di Messina

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