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Pubblicato studio su Schizofrenia: Social Cognitive and Affective Neuroscience

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Lo studio, realizzato da ricercatori di Parma e Chieti, ha utilizzato la Risonanza Magnetica Funzionale per studiare in pazienti schizofrenici le risposte cerebrali a situazioni sociali. È stato pubblicato questa settimana sulla rivista statunitense Social Cognitive and Affective Neuroscience lo studio Out of touch with reality? Social perception in first-episode schizophrenia, lo studio condotto dal prof. Vittorio Gallese, docente di Fisiologia presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, che ha utilizzato la tecnica della Risonanza Magnetica Funzionale per studiare in pazienti schizofrenici le risposte cerebrali a situazioni sociali riguardanti l’osservazione di sensazioni corporee provate da altri. Lo studio ha rivelato che durante l’osservazione di questi stimoli di natura sociale i pazienti schizofrenici mostravano attivazioni neurali differenti, rispetto a un gruppo di controllo di individui sani, in regioni cerebrali coinvolte durante l’esperienza soggettiva di sensazioni corporee tattili. Una di queste regioni cerebrali è la corteccia premotoria, normalmente coinvolta nella percezione di sensazioni corporee e nell’integrazione del controllo motorio con le informazioni sensoriali visive, tattili e uditive. Un’altra regione cerebrale coinvolta è l’insula posteriore, ritenuta cruciale non solo nella percezione delle sensazioni corporee, ma anche nel distinguere sé dagli altri in situazioni di affettività sociale. «Sono funzioni molto importanti», afferma il prof. Vittorio Gallese, «in quanto rendono possibile il senso di “possedere” le proprie

esperienze, quali azioni e sensazioni. Ciò è quanto appare spesso disturbato nella patologia schizofrenica. Le alterazioni nervose rivelate dal nostro studio potrebbero essere alla base della ridotta capacità di distinguere le proprie esperienze da quelle degli altri nelle interazioni sociali e di comprendere intuitivamente il senso di queste stesse interazioni». Il nuovo studio Italiano dimostra per la prima volta che nella schizofrenia queste funzioni appaiono alterate durante l’osservazione delle azioni e delle esperienze tattili altrui. «Non si è ancora compreso se le disfunzioni sociali nella schizofrenia riguardino primariamente le relazioni interindividuali o se, invece, siano radicate in deficit nell’esperienza in prima persona del proprio corpo», dichiara il dott. Sjoerd Ebisch, ricercatore al Dipartimento di Neuroscienze e Imaging dell’Università di Chieti e autore principale dello studio. «I risultati del nostro studio» continua Ebisch «iniziano a fare luce sui meccanismi neurali che possono essere all’origine della relazione tra disturbi dell’esperienza di sé e disfunzioni sociali nella schizofrenia». Secondo il prof. Filippo Ferro, professore emerito di Psichiatria all’Università di Chieti, co-autore dello studio, «questi risultati permettono di studiare con un approccio sperimentale la distinzione sé-altro, un problema cruciale della psicopatologia schizofrenica». Il prof. Massimo Di Giannantonio, docente di Psichiatria presso l’Università di Chieti, afferma che «Buber e Levinas ricordano che le relazioni con gli altri sono il fulcro del nostro esistere e se nella relazione ci troviamo a essere incapaci di distinguere le nostre esperienze da quelle degli altri rischiamo il crollo psicotico. Minkowski chiamava trouble générateur il disturbo originale generatore della psicosi e in particolare, riferendosi alla disabilità socio-relazionale dei malati, ne rilevava innanzitutto la “perdita del contatto vitale con la realtà». Riuscire a evidenziare in soggetti schizofrenici la presenza di precise alterazioni in determinate aree nervose che sovrintendono, attraverso la percezione della corporeità vissuta, la comprensione del senso delle interazioni sociali, significa acquisire dati fondamentali. Un

altro risultato importante dello studio Italiano è che l’attivazione della corteccia premotoria durante il compito di percezione sociale era correlato negativamente con la gravità dei sintomi riguardo l’esperienza di sé dei pazienti schizofrenici. «Questi sintomi di base rimangono stabili durante il decorso della malattia. I nostri risultati sono, quindi, anche molto importanti da un punto di vista clinico», ha spiegato il dott. Ebisch. La dott.ssa Anatolia Salone, co-autore dello studio, ha dichiarato che «la schizofrenia è caratterizzata da differenti aspetti clinici e psicopatologici ed è molto importante identificarne gli aspetti nucleari per comprendere meglio la malattia e instaurare una più corretta strategia di prevenzione». Il lavoro degli scienziati Italiani ha già destato vasta eco internazionale: «Questo lavoro è unico», ha dichiarato il prof. Georg Northoff, docente di Psichiatria all’Institute of Mental Health Research dell’Università di Ottawa (Canada), «in quanto studia una dimensione di base della nostra esperienza e coscienza, cioè l’abilità pre-verbale di integrare vari stimoli sensoriali al proprio sé. Lo studio dimostra che i pazienti schizofrenici mostrano attivazioni alterate nella corteccia premotoria, una regione cerebrale cruciale per questa integrazione. Questi importanti nuovi risultati mostrano, come suggerito dal titolo dello studio, che i pazienti schizofrenici perdono letteralmente il ‘contatto con la realtà’ in quanto incapaci di integrare il proprio sé con quello degli altri e quindi con l’ambiente sociale. Ciò ha importanti conseguenze non solo per la comprensione della schizofrenia, ma anche, più in generale, del cervello». Il prof. Mark Solms, curatore della nuova edizione standard integrale dei Lavori Psicologici di Freud, ha dichiarato che «Freud aveva ipotizzato che un’alterazione nella distinzione tra me e altro-da-me fosse alla base del pensiero psicotico. Questo importante studio fornisce una nuova base scientifica alla sua teoria, e identifica i meccanismi cerebrali che la mediano. Questo studio rappresenta un grande passo avanti». Fonte: Università degli Studi di Parma

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