Torino: Karakuri Ningyo. Il mondo delle bambole giapponesi

5 novembre – 18 dicembre Palazzo Barolo e MAO – Museo d’Arte Orientale, Torino.Bambole: l’arte di stupire. La simbologia delle bambole nelle varie culture e epoche meriterebbe una attenta analisi: da idolo a gioco, da rappresentazione dell’io a simbolo di fertilità, da strumento educativo a quello per uso celebrativo e religioso.  Un capitolo ricchissimo è rappresentato dalla tradizione delle bambole giapponesi Karakuri Ningyo. Il termine Karakuri significa “dispositivo meccanico per prendere in giro, ingannare, o sorprendere”, ed implica una magia nascosta, un elemento di mistero. Ningyō è traducibile con bambola. Letteralmente quindi “bambole meccaniche”. Un’importante manifestazione di quanto questi oggetti siano ancora radicati nella tradizione giapponese è il loro uso all’interno dei Matsuri, i festival folkloristici che scandiscono il ritmo delle stagioni e dei riti ad esse consacrati.Le Karakuri Ningyō in questo caso assumono dimensioni notevoli ed il loro livello di movimento è ricco di un fascino teatrale altrimenti perduto. Nella sezione espositiva presente presso il MAO, Museo d’Arte Orientale di Torino, è possibile ammirare due “modelli” dei carri allegorici, oltre ad un filmato appositamente realizzato con le stupende immagini dei Karakuri Matsuri nipponici.  La mostra che l’Associazione Yoshin Ryu propone quest’anno muove un passo verso un futuro illimitato dal punto di vista artistico e tecnologico che in Giappone ha posto le sue basi più di trecento anni fa. La centralità dell’esposizione è data dalle bambole Karakuri, fortemente collegate con la tradizione ma in grado di gettare le basi per la moderna robotica. Ed è su quest’ultimo aspetto che l’esposizione estende la sua proposta con un piccolo ma concreto ed affascinante assaggio di ciò che è robotica oggi in Giappone ed in Italia. L’esposizione: KARAKURI;  Karakuri-Zui Fin dall’inizio del 17° secolo, gli artigiani giapponesi hanno inventato straordinarie bambole che danzavano, servivano il tè, scoccavano frecce, realizzando interi

giochi in gruppo, attivati da molle, mercurio e sabbia mobile, o acqua pompata: le Karakuri Ningyō, oggetti dotati di un’estetica frutto di una straordinaria abilità artistica che, come in altri settori dell’arte giapponese, passano da padre in figlio da generazioni, costituendo così un ponte ininterrotto tra passato e presente. Un incredibile incontro dunque, con le bambole provenienti dall’Epoca Edo del Maestro Tamaya Shobei IX e con i robot Wakamaru della Mitsubishi e AD Robot del Politecnico di Torino. L’ultimo maestro delle bambole SHOBEI;  Shobei Tamaya è l’ultimo erede di una tradizione familiare ininterrotta di nove generazioni di maestri karakuri. Tamaya Shobei IX Il Maestro Tamaya Shobei IX. Shobei Tamaya IX è l’unico Maestro giapponese in vita a discendere da un lignaggio ininterrotto di costruttori di meccanismi e bambole Karakuri. Crea e restaura meccanismi di Dashi Karakuri (carri da matsuri meccanizzati) professionalmente a Nagoya e Inuyama, nella Prefettura di Aichi: il 70% di questa tipologia di Karakuri si trovano oggi infatti nella Prefettura di Aichi. Nel 1734 il primo Shobei Tamaya si trasferì dal dominio feudale di Owari (Prefettura di Aichi), l’odierna Nagoya. I suoi antenati appresero l’arte orologiaia da Tsuda Tsukezaiemon. TSUDA nel 1598 produsse la prima copia nipponica di un orologio occidentale appartenuto allo Shogun Tokugawa Ieyasu. Ciò gli fece guadagnare la posizione di orologiaio ufficiale della regione di Nagoya. L’unione della tradizione orologiaia con la scultura delle stupende bambole nipponiche fu breve, e per 300 anni creò stupende opere da intrattenimento e contemplazione. Molte Karakuri furono distrutte durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: oggi in Giappone è quindi necessario un vasto lavoro di restauro. Shobei Tamaya IX lavora a stretto contatto con il Comitato di Preservazione Culturale in tutto il Paese per restaurare le Dashi Karakuri e in supporto dei tradizionali Festival Karakuri regionali.I suoi lavori possono essere ammirati al Museo Municipale e nel Castello di Inuyama. Fonte: Yoshin Ryu – Scuola di Cultura e Discipline Orientali

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