Giocare? Un modo per sopravvivere!

Le interazioni ludiche sono decisive nella “familiarizzazione” tra individui estranei. Uno studio sui primati del Madagascar mostra le analogie comportamentali tra uomini e animali. Giocare? Un modo per sopravvivere. Un gruppo di ricerca del museo di Storia naturale e del territorio dell’Università di Pisa ha evidenziato, in un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale on line “PLoS ONE”, come l’utilizzo del gioco per promuovere la conoscenza e la tolleranza sociale abbia profonde radici bilogiche e non sia, pertanto, una prerogativa eclusiva della specie umana. La ricerca è stata condotta da Elisabetta Palagi, Ivan Norscia e Daniela Antonacci dell’Università di Pisa, in collaborazione con il CNR e con il contributo del Giardino zoologico di Pistoia, del Parco Puntaverde di Lignano Sabbiadoro e del Parco Zoo di Falconara. Gli studiosi pisani sono stati quattro

mesi nella foresta di Berenty, nella parte Sud del Madagascar, per osservare il comportamento del sifaka, un lemure che vive nell’isola africana in gruppi sociali composti da maschi e femmine. Un modo per regolare l’aggressività. Il gioco ha un ruolo importante negli animali come negli uomini, dalla nascita all’età adulta, con funzioni specifiche nelle diverse fasi della vita. “Gli animali giovani, come i bambini, giocano secondo regole improvvisate e flessibili, negoziate e condivise dai giocatori in maniera estemporanea” spiega la dottoressa Palagi. “Durante le interazioni ludiche vengono promosse e messe in atto innovazioni e tattiche comportamentali che si rivelano utili nel gestire situazioni impreviste. Per i bambini e gli animali immaturi il gioco ha quindi effetti positivi a lungo termine. Tuttavia, nel caso della simulazione di lotta o combattimento, si impara anche a regolare e inibire l’aggressività. Gli animali adulti dedicano meno tempo al gioco rispetto ai giovani, ma non per questo la funzione svolta da questo comportamento è meno importante, soprattutto dal punto di vista sociale. Gli adulti usano le interazioni ludiche con finalità diverse e ben precise a seconda della situazione, scegliendo consapevolmente il momento opportuno e il partner adeguato, e dimostrando di riuscire a valutare i possibili benefici del gioco nel breve termine”. Il processo di familiarizzazione. Gli etologi hanno scoperto che queste proscimmie, che rappresentano i primati evolutivamente più antichi e nostri “lontani parenti”, utilizzano il comportamento ludico con le stesse finalità utilizzate dalla nostra specie. Durante il periodo degli amori, infatti, i maschi si spostano frequentemente da un gruppo all’altro in cerca di femmine da corteggiare.

La competizione si fa alta e la prima reazione dei maschi residenti al tentativo d’ingresso da parte dei maschi “stranieri” è l’aggressione, una chiara risposta xenofobica. Tuttavia, dopo alcuni contatti ostili, i maschi residenti iniziano a giocare con i maschi estranei e, dopo le prime interazioni ludiche, la frequenza dei conflitti crolla e non differisce più da quella normalmente registrata tra i maschi appartenenti al gruppo. Nel sifaka come nell’uomo, dunque, il gioco ha un ruolo chiave nel delicato processo di familiarizzazione tra individui estranei, costituendo un vero e proprio meccanismo “rompighiaccio”. Sopravvivenza in chiave ludica. “L’aspetto più interessante della ricerca – commenta la dottoressa Palagi – è che essa rovescia la prospettiva comune. Tutti pensano al gioco come a un comportamento che viene inibito in caso di stress sociale, mentre in questo caso si dimostra che serve proprio per gestire lo stress sociale. Molti, inoltre, pensano al gioco come un comportamento non strettamente legato alla sopravvivenza, ma nel caso dei Sifaka sembra invece avere un ruolo molto importante per evitare gravi conseguenze dovute ad aggressioni da parte di individui estranei al gruppo”. Su questi presupposti stimolanti, la ricerca continuerà nel 2011. È già prevista, infatti, una nuova raccolta di dati utili per chiarire altri aspetti relativi sia al gioco che ad altri comportamenti sociali, quelli in particolare che inducono e limitano lo stress negli individui.L’articolo degli studiosi pisani, dal titolo “Stranger to familiar: wild strepsirhines manage xenophobia by playing” è liberamente consultabile e scaricabile dal sito plosone.org   Chiara Tarantino Fonte: Università di Pisa  unipi.it

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