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Italiani sempre piu’ coltivatori per hobby

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L’Italia è un paese di hobby farmer. I primi risultati dello studio Nomisma – Vita in Campagna sull’agricoltura amatoriale.  L’Italia non è solamente terra di poeti, santi e navigatori ma anche di agricoltori. O per lo meno, presunti tali. Una ricerca svolta da Nomisma in collaborazione con il mensile Vita in Campagna – che da oltre 25 anni segue chi per passione coltiva piante o alleva animali nel tempo libero – sembra infatti dimostrare come le aree rurali siano sempre più interessate dalla presenza di persone che decidono di spostarsi e di vivere in campagna, dedicandosi anche ad attività tipiche di questi spazi, agricoltura in primis. Questo interesse per le attività agricole da parte di ‘non addetti ai lavori’ sta assumendo oggi particolare rilevanza, in un momento in cui la crisi economica porta molte persone a riscoprire le bontà e la convenienza dei prodotti del proprio orto e frutteto. Ed è proprio in considerazione di tale tendenza che ci si accorge del fatto che nelle campagne si sta sempre più diffondendo una figura particolare, che potremmo definire hobby farmer (o agricoltore amatoriale), che si caratterizza per il possesso di un terreno agricolo coltivato nel tempo libero,

in quanto la sua attività principale dal punto di vista lavorativo (e di tempo) è al di fuori del settore agricolo stesso. Attenzione però a non confondere questa ‘nuova figura’ con quella dell’agricoltore non professionale: quest’ultimo soggetto, infatti, si configura comunque come un agricoltore che, pur dedicando meno del 50% del suo tempo, viene periodicamente monitorato dall’Istat (in Italia, infatti, il 70% dei conduttori agricoli svolge l’attività agricola in maniera part-time). L’hobby farmer (o agricoltore amatoriale) invece, così come emerge dalle risposte di un campione di 4.000 intervistati, riguarda principalmente soggetti non riconducibili ad un impiego lavorativo ufficiale di carattere agricolo, ma impegnati a tempo pieno in altri settori economici (dipendenti pubblici, medici, liberi professionisti, dirigenti di imprese private, operai, ecc.) o da pensionati. A riprova di questa estraneità dal settore agricolo professionale, si pensi che oltre il 90% di chi è stato intervistato non è mai stato contattato dall’Istat in merito al censimento generale sull’agricoltura. Ed è proprio dal confronto con i vari censimenti agricoli – e dai relativi risultati – che si è partiti per comprendere il contesto di riferimento di tale fenomeno. Se infatti si confrontano le superfici agricole rilevate nel 1990 e nel 2000, si evidenzia un calo di quasi 2 milioni di ettari contestualmente ad una diminuzione di circa 430.000 aziende. Alla luce di tali cambiamenti però, le dimensioni medie delle imprese agricole

non sono cambiate (rimanendo attorno ai 5 ettari di superficie agricola utilizzabile) segno evidente di un mancato processo di accorpamento fondiario. E allora, dove sono finiti questi ettari di superficie agricola? Al di là dei possibili e concreti casi di abbandono, non è nemmeno pensabile che questi 1,8 milioni di ettari siano stati tutti destinati alla cementificazione o allo sviluppo di aree urbane e industriali. Tanto è vero che un’altra rilevazione relativa al progetto europeo Corine òand cover (Clc) che si occupa di fornire dati sull’uso e copertura del suolo derivanti dall’interpretazione di immagini satellitare evidenzia per lo stesso arco di tempo (1990-2000) un calo di queste superfici agricole per appena 143.000 ettari. In altre parole, questo significa che la superficie agricola non più rilevata dal censimento Istat non è scomparsa: ha solamente cambiato possessore, passando da un agricoltore ad un altro soggetto “estraneo” al settore primario. Attraverso un’indagine diretta presso gli abbonati di Vita in Campagna – la rivista di agricoltura hobbistica più diffusa in Italia – Nomisma ha identificato i contorni del fenomeno, grazie alle informazioni fornite da 4.000 rispondenti. La compagine degli hobby farmer è molto variegata: impiegati, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti pubblici, operai, pensionati. Tutti sono accomunati dalla passione di coltivare e praticare l’attività agricola, al fine di ottenere prodotti per l’autoconsumo familiare o da regalare agli amici, ma anche per stare all’aria aperta,

per risparmiare nell’acquisto di derrate alimentari o consumare prodotti più sani e genuini. Le coltivazioni più praticate riguardano ortaggi, frutta, vite e olivo e, molto spesso, sono accompagnate da processi di trasformazione (confetture e marmellate, conserve, vino, olio) – ovviamente su piccola scala – e in qualche caso anche da piccoli allevamenti. Le dimensioni medie dei terreni coltivati non sono marginali e si aggirano su circa 1,3 ettari (spesso comprendenti anche parti a bosco). In buona sostanza, dalla ricerca emerge che in Italia esiste una parte di territorio agricolo, rurale e forestale che non è in capo ad agricoltori e che viene gestito secondo criteri non funzionali all’attività produttiva e mercantile (all’hobby farmer non interessa ottenere reddito dal terreno), ma secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico e più in generale della tutela territoriale. Si tratta di benefici (o, più tecnicamente ‘esternalità’) sottostimati o addirittura non riconosciuti dal punto di vista collettivo – alla luce della mancanza di rilevazioni statistiche ufficiali – che però permettono, assieme al contributo preponderante dell’attività propriamente agricola, una conservazione degli spazi rurali i cui vantaggi finiscono con il ricadere sull’intera popolazione. I principali risultati della ricerca saranno presentati a Verona il 5 febbraio 2010, in occasione della prossima Fieragricola (sala Puccini ore 10). fonte nomisma.it

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