Usa: Obama apre raduno indiani d’America

Il presidente statunitense Barack Obama ha aperto oggi a Washington un raduno di rappresentanti delle 564 tribù di indiani d’America ufficialmente riconosciute negli Stati Uniti. Obama ha ricordato di avere promesso durante la campagna elettorale incontri periodici con i rappresentanti degli indiani d’America per ascoltare direttamente i numerosi problemi da risolvere. Il raduno odierno si inquadra in questo impegno.Il presidente Usa ha detto di avere nominato un rappresentante degli indiani perché possa partecipare agli incontri in seno all’amministrazione Obama quando vengono trattati problemi di specifico interesse per le tribù. Obama ha elencato i dati sulla disoccupazione tra gli indiani e sul disastroso standard di vita nelle riserve (oltre il dieci per cento delle abitazioni non hanno acqua corrente) promettendo un forte impegno della sua amministrazione. “So che in passato avete ricevuto molte promesse del genere che quasi sempre non sono state mantenute – ha detto Obama nel suo intervento di apertura del raduno – Avete tutto il diritto di essere scettici. Ma vi prometto che intendo lavorare col massimo impegno per affrontare i vostri problemi”. swissinfo.ch/ – Per Nativi americani (chiamati anche in modo più o meno consono Indiani d’America, Pellerossa, Amerindi, Amerindiani, Prime Nazioni, Aborigeni americani, Indios) si intendono tutti i popoli indigeni che vivevano in America prima della colonizzazione degli europei. L’uso del termine Indiani, risale alle prime fasi dell’esplorazione del sub-continente nordamericano. Si giustificava col fatto che Cristoforo Colombo, col suo viaggio transoceanico intendeva trovare una rotta alternativa per giungere sulle coste del subcontinente indiano, sì da far chiamare Indie occidentali le nuove terre scoperte. Il termine Indios, spagnolo ma anche portoghese, è utilizzato per riferirsi alle popolazioni indigene dell’America latina.

L’espressione pellerossa, utilizzata, spesso in senso semanticamente negativo, per riferirsi alle popolazioni indigene nordamericane, è oggi considerata non politicamente corretta, in quanto fa riferimento al colore della pelle dei nativi di quell’area del continente. Il problema della provenienza della popolazione amerindia è ancora una questione aperta. I tentativi di definire l’albero migratorio dell’uomo dalla sua comparsa sulla terra a oggi dà comunque e sempre risultati altamente ipotetici, poiché le ricostruzioni genetiche e linguistiche sono poco compatibili tra di loro, mentre le investigazioni sulle diverse culture sono pari a cercare il classico ago nel pagliaio. Attualmente, in base alle ricerche di Cavalli Sforza e collaboratori, si suppone che i primi umani siano arrivati nel continente circa 40 mila anni fa dall’Asia attraverso lo stretto di Bering, via mare. Il modello precedente, il cosiddetto modello Clovis, invece individuava tre ondate migratorie avvenute circa 12 mila anni fa, dall’Asia attraverso le terre emerse dello stretto di Bering, la Beringia. Questa ipotesi è stata contestata per il ritrovamento di scheletri con il cranio dai tratti caucasoidi e da molte altre ricerche archeologiche, linguistiche e di biologia molecolare. Una prova a riguardo, è stata pubblicata su Nature nel settembre 2003: grazie al ritrovamento di 33 crani nella bassa California, si è potuto ipotizzare che vi erano paleo-americani imparentati con le popolazioni dell’Asia meridionale e non con le popolazioni della Siberia. Un’altra prova è emersa nel luglio 2005, quando è stato reso noto il ritrovamento di un’impronta fossile in Messico risalente a circa 40 mila anni fa. Sempre secondo l’analisi degli scheletri si è notata una particolare rassomiglianza con gli Ainu, facendo ipotizzare che questi fossero imparentati coi primi abitatori dell’America, poi soppiantati dagli immigrati mongoloidi giunti dalla Siberia, esattamente come accadde per gli Ainu in Giappone. Altri flussi migratori si sono succeduti nel passare dei secoli. Attestati sono i passaggi via mare attraverso l’oceano Pacifico di popolazioni asiatico-melanesiane. Benché le caratteristiche culturali, come la lingua, i costumi e le usanze varino enormemente da una tribù all’altra, ci sono alcuni elementi che si possono incontrare frequentemente e sono condivisi da molte tribù. La religione più diffusa è conosciuta con il nome di Chiesa nativa americana.

È una chiesa sincretistica che unisce elementi dello spiritualismo nativo provenienti da un numero di differenti tribù con elementi simbolici tipici del Cristianesimo. Il suo rito principale è la cerimonia del peyote. La chiesa ha riportato significativi successi nella lotta contro molti vizi portati dalla colonizzazione, come l’alcolismo e la criminalità. Nell’America Sud-occidentale, specialmente nel Nuovo Messico, il sincretismo tra il Cattolicesimo portato dai missionari spagnoli e la religione nativa è piuttosto comune; i tamburi, i canti e le danze dei Pueblo sono regolarmente parte della Messa. La musica dei nativi americani è quasi interamente monofonica anche se ci sono notevoli eccezioni. La musica nativa tradizionale spesso prevede i tamburi ma pochi altri strumenti, anche se i flauti vengono impiegati da alcuni gruppi. La tonalità di questi flauti non è molto precisa e dipende dalla lunghezza del legno usato e dalla grandezza della mano del suonatore. La forma più diffusa di musica pubblica tra i nativi americani negli Stati Uniti è il pow-wow. Durante questa manifestazione, così come nell’annuale Gathering of Nations ad Albuquerque nel Nuovo Messico, membri di gruppi di suonatori di tamburi si siedono in cerchio intorno ad un grande tamburo, mettendosi a suonare all’unisono mentre cantano nelle loro lingue native e i danzatori colorati ballano in senso orario intorno ai suonatori. Le attività musicali ed artistiche scandiscono la vita degli indiani molto più del lavoro, che è ridotto al minimo necessario per la sopravvivenza. Le sonorità dei nativi americani sono state riprese anche da molti artisti di musica pop e rock. L’arte dei nativi americani costituisce una categoria importante nel panorama dell’arte mondiale. Il contributo dei nativi americani include stoviglie di terracotta, dipinti, gioielli, vestiti, sculture e cestini. Quanti fossero i nativi prima della colonizzazione europea delle Americhe è difficile da stabilire: le cifre dell’entità dello sterminio sono ancora al centro di un ampio dibattito storiografico. Secondo le ultime ricostruzioni si tratterebbe del 90% della popolazione indigena morta in meno di un secolo. Secondo quanto afferma lo studioso David Carrasco: «Gli storici sono stati in grado di stimare con una certa plausibilità che nel 1500 circa 80 milioni di abitanti occupavano il Nuovo Mondo. Nel 1550 solo 10 milioni di indigeni sopravvivevano. In Messico vi erano circa 25 milioni di persone nel 1500. Nel 1600 solo un milione di indigeni mesoamericani erano ancora vivi»

Le cause di una tragedia di così ampie dimensioni sono molteplici: gli stermini perpetrati dai conquistadores, le guerre intestine sovente aizzate da questi ultimi per rendere più facile la conquista con la politica del divide et impera, le nuove malattie, i lavori forzati in stato di semi-schiavitù e non ultimo il senso di smarrimento e di perdita di senso dovuto all’annientamento della loro fede e delle loro tradizioni che portarono talvolta a suicidi di massa. La colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle differenze: i conquistadores spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri o degli sbandati che non avevano trovato fortuna in patria. Alcuni praticarono lo stupro sistematico ma i più si unirono con donne indigene di rango superiore e diedero origine alla numerosa popolazione di meticci (mestizos) del Centro e Sud america. Al contrario, gli inglesi arrivavano nel Nuovo Mondo già organizzati in nuclei familiari e questo non favorì l’integrazione della popolazione. Una tattica comune a tutti gli invasori fu la denigrazione dell’avversario: i nativi furono descritti come esseri bestiali, dediti alle più turpi attività, seguaci del demonio e privi di qualsiasi elemento culturale. Queste idee trovarono terreno fertile negli uomini dell’epoca e furono un motore formidabile di motivazione per i conquistadores e le potenze coloniali. Specialmente i sacrifici umani provocavano un profondo disgusto che giustificava ai loro occhi lo sterminio di quelle civiltà. D’altra parte si sottovalutavano le peculiarità culturali e materiali delle civiltà e dei popoli incontrati. Alcuni studiosi ritengono che ci furono numerosi tentativi di occultamento, quasi fino a giorni nostri, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e in alcuni casi persino delle rovine archeologiche. Fu proprio questo, ad esempio, il destino del resoconto del cronista indigeno quechua Guamán Poma de Ayala. Nella sua Primer nueva corónica y buen gobierno, lettera di protesta indirizzata al re Filippo III di Spagna, ripercorre la storia del suo popolo e si lamenta per il destino attuale. Guamán Poma si ritiene testimone oculare dell’ultimo pachacuti, la distruzione che avviene alla fine di ogni ciclo cosmico secondo la mitologia quechua. Il cronista descrive lo stato di caos e le atrocità subite dal suo popolo e sollecita il re ad intervenire per ristabilire una situazione di buen gobierno. Per centinaia di anni di questo straordinario libro non si è saputo nulla, finché l’opera non è stata ritrovata in un archivio a Copenaghen nel XX secolo. Sorte analoga dovette affrontare il cosiddetto Codice Fiorentino, cioè l’ultima redazione, l’unica bilingue (spagnolo e nahuatl) della Historia universal de las cosas de Nueva España, scritta da fra Bernardino de Sahagún. N.D.R.

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