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Gli italiani vogliono la messa in latino

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Nove milioni di italiani vorrebbero la Messa antica. Sono i risultati clamorosi dell’indagine Doxa pubblicato in esclusiva da Affaritaliani.it. Queste le domande del sondaggio: 1) Si considera cattolico? 2) Quanto spesso va alla Messa? 3) E’ al corrente della liberalizzazione della Messa tradizionale in latino da parte di Benedetto XVI? 4) Troverebbe normale la coesistenza nella Sua parrocchia della Messa moderna in italiano e di quella antica in latino e canto gregoriano? 5) Se fosse disponibile nella Sua parrocchia, andrebbe alla Messa tradizionale in latino e con che frequenza? E il risultato…La prima domanda serviva a discriminare il campione di intervistati, limitando l’interesse soltanto a chi si considera cattolico. E’ preoccupante che solo poco più di tre quarti di italiani senta ancora di appartenere alla religione cattolica. Il dato è più basso di altri sondaggi, sia perché è più recente (e la tendenza, si sa, è negativa), sia soprattutto perché gli altri sondaggi formulano così la domanda: “Lei si sente: cattolico-protestante-musulmano-buddista-non appartenente a nessuna religione-altro (quale)”; per cui la risposta “cattolico” è in quel caso quasi indotta da una comparazione negativa con altre religioni da cui ci si sente più distanti. La domanda: “Si considera cattolico? Sì-No” è invece certamente più ‘impegnativa’ ed equivale ad una sorta di professione di fede. Che molti, purtroppo, non si sentono più di fare. Le restanti domande erano limitate ai cattolici. La seconda, inerente l’attuale pratica religiosa (novus ordo) è in linea con i più recenti sondaggi. Tra i cattolici, circa il 51% va a messa almeno una volta al mese. Il che significa, considerato l’insieme della popolazione (ossia anche i non cattolici) che circa il 38% degli italiani mette piede in chiesa almeno una volta al mese. Ma queste prime domande ci interessavano relativamente, e servono a meglio inquadrare le risposte alle seguenti. E qui cominciano incredibili sorprese. La prima: solo il 58% dei cattolici (e 64% dei praticanti almeno 1 volta al mese) ha sentito parlare del motu proprio e della possibilità di avere il rito antico. In Francia, secondo l’analogo sondaggio commissionato da Paix Liturgique, il risultato per i praticanti si attestava all’82%! Questo significa due cose evidenti. La prima, che i sacerdoti mediamente svolgono poca o nessuna non diciamo promozione, ma anche solo informazione circa il motu proprio (lo scarto informativo, tra praticanti e non, è solo del 6%). E poi non chiamatela congiura del silenzio… Secondo punto: c’è un’ignoranza estremamente diffusa sul punto, che chiaramente impedisce il liberarsi di forze ed energie in favore di un ritorno della Messa antica e, soprattutto, comporta il permanere di pregiudizi anacronistici circa il fatto che il rito di sempre sia abrogato, vietato, proibito, contro il Papa e la Chiesa, e simili. Il che non fa che aumentare le difficoltà di applicazione del motu proprio, per semplice ignoranza dello stesso (con l’interessata connivenza, lasciatecelo dire, di molti reticenti prelati che, invece, non lo ignorano affatto).

Ma i numeri son galantuomini: e alla quarta domanda, un incredibile 71% di cattolici dice che troverebbe perfettamente normale che nella propria parrocchia convivessero le due forme del rito romano. D’altro canto, i tradizionalisti mica lasciano le panche delle chiese sporche… A fronte di un 6-7% di indecisi, solo il 22-24% troverebbe ciò anormale. E, sorpresa, in questo gruppetto di opposizione sono in maggioranza le donne, della fascia sotto i 55 anni di età. Avete presente il tipo: la catechista, la lettrice, la ministra straordinaria della comunione, la tuttofare, la faccendiera della parrocchia, l’animatrice dei battimani bambocceschi. Insomma, quel genere di persone che, in assoluta minoranza, hanno però forza intimidatrice verso il parroco che non volesse piegarsi a quel che voglion loro. Ma una maggioranza schiacciante come il 70 e più percento, cui la convivenza con la Messa antica pare cosa buona e giusta, è tale da rendere non solo pretestuosa, ma insignificante ogni minaccia della pasionaria di turno. E veniamo infine all’ultima domanda. Qui, i risultati sono talmente insperati che, se non fosse perché il sondaggio l’ha fatto la DOXA, che vi spende tutta la sua credibilità, essi sembrerebbero artefatti. Sì: perché il 21% di tutti i cattolici (cifra che sale al 40% tra i cattolici che frequentano tutte le domeniche) hanno detto che, se la trovassero nella loro parrocchia, essi preferirebbero andare, tutte le settimane, alla Messa di S. Pio V. Sapete di che cifre parliamo, in termini assoluti? Sono 9 milioni di italiani che vorrebbero andare ogni settimana alla Messa di sempre. E’ assolutamente ENORME. E non solo: se consideriamo quelli che frequentano almeno una volta al mese, la percentuale sale al 33% di tutti i cattolici (e al 63% di quelli che frequentano almeno una volta al mese). Forse non avete capito, tanto è incredibile: 2 PRATICANTI SU 3 ANDREBBERO ALLA MESSA TRIDENTINA ALMENO UNA VOLTA AL MESE, se l’avessero in parrocchia. Due su tre, capite? Di tutti quelli che vedete alle messe! Aggiungendo ai praticanti settimanali della Messa tridentina (se ci fosse) questi frequentanti mensili, e dividendoli per 4 (perché in un mese ci sono 4 settimane), abbiamo che in media, ogni settimana, 12 milioni di cattolici sceglierebbero la Messa di sempre. Un italiano su cinque, atei e musulmani compresi! E vi anticipiamo un dato ulteriore, che pubblicheremo più avanti: una piccola, ma significativa minoranza di persone che non vanno mai a Messa, ci andrebbe invece frequentemente se trovasse la Messa di sempre. E non parliamo di dieci-venti ultras tridentini, ma di non poche centinaia di migliaia di persone. In definitiva, lo scopo del sondaggio è stato ampiamente raggiunto e superato: chi potrà mai più dire che in Italia la Messa tradizionale in latino non interessa quasi a nessuno? – L’espressione “Messa in latino” che è del tutto imprecisa ed atecnica.

Si può riferire sia al rito della Chiesa dal III-IV secolo (quando la divina liturgia originariamente in greco fu tradotta in latino) fino al 1969, sia all’attuale Messa “ordinaria” in vigore dal 1970, detta Novus Ordo, che in linea di principio può essere celebrata nel latino in cui il nuovo messale è stato originariamente emanato (diciamo bene in linea di principio poiché, onestamente, di celebrazioni in latino col nuovo rito non se ne vedono proprio: riteniamo che, eccettuando Roma, non raggiungano la decina in tutta Italia). Tuttavia la dizione di messa in latino è la più diffusa nel linguaggio comune(1) per denotare la Messa di una volta, ossia il rito secondo il Vetus Ordo (=vecchio ordine), anteriore alle riforme liturgiche del post-concilio, rito detto anche tridentino o di S. Pio V: altre due espressioni improprie, poiché papa S. Pio V emanò, è vero, un messale a seguito del Concilio di Trento, ma in realtà si limitò a fissare un rito già in uso a Roma da secoli. Esso risaliva, nei suoi elementi essenziali, almeno a mille anni prima (ossia a quindici secoli fa), precisamente al papa S. Gregorio Magno. Da quest’ultimo pontefice viene anche il nome, più corretto (e utilizzato dal Presidente della Commissione Ecclesia Dei), di rito gregoriano. Infine il motu proprio Summorum pontificum del 7.7.07 di Benedetto XVI, che ha liberalizzato l’uso dell’antica Messa, ha coniato l’espressione di “forma straordinaria del rito romano”; l’aggettivo straordinario applicato a questa Messa consente un evidente doppio senso che non può essere sfuggito al sottile sense of humour di questo Papa intellettuale: ci permetteremo quindi di abbreviare la dizione normativa in quella di “Messa straordinaria”, quale effettivamente è in rapporto a tante Messe moderne molto… ordinarie. Ma tralasciamo queste sottigliezze terminologiche: se usiamo l’espressione corrente di “messa in latino” è essenzialmente per due ragioni. La prima, perché questo sito vuole rivolgersi anche alla persona semplicemente curiosa, ignara o quasi di dispute liturgiche e di finezze semantiche, che desideri comprendere perché i giornali non raramente parlino degli intenti  “reazionari” del Papa circa la messa in latino “preconciliare” e “con le spalle al popolo”. Qui troverà, ci auguriamo, alcune utili spiegazioni e un sunto del pensiero di Papa Ratzinger sulla liturgia. La seconda ragione del nome di questo sito è che l’improprietà dell’espressione (che appunto a rigor di termini può riguardare tanto la Messa “straordinaria”, che è sempre in latino, quanto quella “ordinaria”, che può, o meglio potrebbe, essere in latino) denota altresì il nostro interesse non solo per il rito immemoriale di S. Pio V, ma anche per la riforma della riforma (l’espressione è del Papa) della “Messa ordinaria”.

Secondo il Pontefice. è quanto mai necessaria la risacralizzazione del rito ordinario attraverso il recupero di elementi tradizionali, come la lingua sacra per alcune parti della Messa, la ricentralizzazione della Croce e l’orientamento del Sacerdote verso Dio, l’adorazione al momento della Comunione, il canto gregoriano (poiché più mistico e adatto alla preghiera) e soprattutto la soppressione di tanti abusi, banalità e sciatteria. Non neghiamo la nostra netta preferenza per il rito antico e per ragioni non solo estetiche, ma perché esprime meglio – è la nostra convinta opinione – la pienezza della Fede cattolica. E rivendichiamo con decisione il diritto, anzi il dovere di ogni fedele di usare ragione e argomentato discernimento per vedere il buono e il bello (o il loro contrario) in ogni elemento liturgico, antico o nuovo che sia: se i nostri padri avessero fatto maggior uso di questo diritto-dovere, non avremmo avuto forse certe derive dagli anni Settanta in poi. Non intendiamo però denigrare o svilire il rito nuovo, già solo per il fatto che il Papa ci ingiunge di evitare ogni contrapposizione, che è ancor meno opportuna e tollerabile quando concerne la Santa Messa, fonte e il culmine della vita cristiana. Non solo: visto che la forma ordinaria è e resterà a lungo quella della stragrande maggioranza della Chiesa, è nostro dovere prendere interesse alla stessa e seguirne con amorosa apprensione e sollecitudine la necessaria riforma “sacralizzante”, poiché da quella dipenderà il futuro del cattolicesimo stesso, che non può certo ridursi alle isole fortunate (o, come qualcuno preferirebbe, alle riserve indiane) dei centri di Messa tradizionale. Questi ultimi, nel disegno del Papa, devono servire, per osmosi e confronto esemplare, ad iniettare elementi di trascendenza e sacralità nelle celebrazioni parrocchiali ordinarie, a beneficio dei più e non solo dei pochi. Il Papa infatti incoraggia e promuove la diffusione della Messa millenaria non solo per un atto di giustizia verso gli avi, che ci hanno trasmesso questo tesoro sconsideratamente gettato alle ortiche, e verso i fedeli che ne traggono nutrimento spirituale, ma ancor più per riportare nel tessuto ecclesiale il paradigma, cioè l’esempio cui ispirarsi per celebrazioni riverenti, composte, caratterizzate da nobile semplicità, in cui il celebrante non colloquia incessantemente con l’assemblea, bensì guida e conduce il Popolo al cospetto del suo Dio, come il Gran Sacerdote davanti all’Arca dell’Alleanza. Ed è per rispondere a questo appello di Benedetto XVI che tutti dobbiamo impegnarci. Ci sforzeremo quindi di seguire, e questo sarà il nostro programma, l’evoluzione liturgica (e non solo) della Chiesa che, sotto la lucida e paziente guida del Pontefice teologo, cerca di riappropriarsi della sua Tradizione, rigettando alfine quella schizofrenia ideologica che aveva visto nell’artefatto

“Spirito del Concilio” (che si sostituì abusivamente all’esegesi di documenti conciliari ben più misurati) un momento di rottura, una palingenesi dal sapore luterano, un nuovo inizio che condannava senz’appello i secoli precedenti della Chiesa, in nome di un utopico e anacronistico ritorno ai tempi evangelici, ricostruiti peraltro artificiosamente secondo il gusto del momento (siamo intorno al Sessantotto), a discapito dell’azione dello Spirito Santo lungo il millenario svolgersi della storia della Chiesa.Quante volte abbiamo dovuto sentire la solfa “prima del Concilio era… ora per fortuna invece…”. Di che rendere odioso quel Concilio brandito come un “superdogma “ (espressione ratzingeriana), utilizzato – nelle mani di un clero poco avvertito – quale arma ideologica contundente per divellere altari e balaustre, proibire processioni e pie devozioni, tacitare gli organi, banalizzare e render verbosa la celebrazione, erigere chiese in forma di autosilos, imporre canzonette indegne di qualsiasi orecchio, sloggiare il sacro tabernacolo e al suo posto installarvi il seggiolone del presbitero affetto da protagonismo e gigioneria. Ma per quanto sia moralmente comprensibile a fronte di questi eccessi, in realtà l’opposizione al Concilio sbaglia obbiettivo, perché la causa del male non è il Concilio in sé, bensì chi quel Concilio ha strumentalmente piegato a fini iconoclasti e rivoluzionari, che erano tutto il contrario di quel che i Padri conciliari volevano: per dirne una tra mille, i documenti conciliari riaffermarono la necessità che la lingua latina nelle celebrazioni fosse dappertutto conservata e incoraggiata, e si sa come è finita…Papa Benedetto XVI, nel suo storico discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia romana, ha finalmente fatto il punto, a quarant’anni dalla sua conclusione, su questo Concilio tanto invocato quanto di fatto tradito o, nel migliore dei casi, misconosciuto. Egli ha spiegato che di esso si sono date due interpretazioni confliggenti: la prima, denominata “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, ha predominato in maniera assoluta finora, anche perché sostenuta dalla simpatia dei media solitamente laicisti, ed è quella che ha portato in via immediata e diretta alla gravissima crisi della Chiesa e all’apostasia di centinaia di milioni di ex cattolici (emorragia che è direttamente proporzionale all’accanimento modernista dei vari episcopati nazionali: per questo in Italia, dove grazie al cielo le posizioni sono state più misurate, la situazione è migliore che in Francia o Germania o, peggio del peggio, in Olanda, patria del famigerato Catechismo olandese chiaramente eterodosso, benché emanato dalla locale conferenza episcopale).

L’altra posizione è “l’ermeneutica della riforma e della continuità”, che si rifiuta di vedere due Chiese diacroniche, quella di prima e quella di dopo il Concilio, l’una contro l’altra armate, e anziché perdersi dietro un ipotetico quanto forzato Spirito del Concilio, legge per davvero i documenti di questo, il loro significato fatto palese dal senso delle parole effettivamente utilizzate, e vi trova la riaffermazione della Fede e della Tradizione, sia pure a tratti esposte in un modo che, senza in alcun modo mutare la sostanza della dottrina, cercava nella formulazione di essere più vicino alla sensibilità dell’uomo allora contemporaneo (oggi dobbiamo dire, passati quarant’anni, che a ben vedere l’uomo degli anni Sessanta non corrisponde più molto a quello del XXI secolo). Questa “ermeneutica della continuità”, conclude il Papa, ha dato frutti, certo nascosti (il bene, d’altronde, è lento e paziente e le foreste impiegano più tempo a crescere che a bruciare in rovina) ed ancor più è destinato a produrne in futuro quando sarà finalmente rigettata dal Corpo della Chiesa quella schizofrenia del post-concilio che ha portato a rigettare le proprie radici e a minare la credibilità della Chiesa (un’istituzione che contraddice quanto aveva fino allora proclamato, non arriverà domani a considerare sbagliato e infondato quanto oggi asserisce?). Il ritorno della Tradizione, calpestata, disprezzata e perseguitata contro ogni intenzione dei Padri conciliari, non è dunque se non uno degli aspetti di reale ed effettiva applicazione del Concilio Vaticano II, di quello vero e non di quello vagheggiato, stravolto e inventato da teologi e liturgisti malati di egocentrismo. Il nostro compito è, nell’infima parte che ci compete e per quanto umilmente possibile, contribuire con l’azione e con la preghiera a quest’opera grandiosa, dalla quale dipenderà, crediamo, il ritorno alla Fede di molte persone che oggi, disilluse da discorsi ambigui e antropocentrici e da liturgie sciatte e dimentiche di ogni afflato verso il Sublime, cercano purtroppo altrove – o hanno smesso del tutto di cercare – le “parole di vita eterna”. E ci scusiamo fin d’ora se la passione che ci pervade (memori dell’espressione biblica: “lo zelo per la Tua casa mi divora”) ci porterà a toni non sempre misurati come vorremmo e dovremmo; il parlar franco è sì salutare ed è stato, purtroppo, cosa rara nella Chiesa degli ultimi decenni, ma vogliamo in ogni caso riaffermare la nostra filiale devozione alla Santa Chiesa ed ai suoi Pastori e attenerci all’aureo principio: in omnibus charitas. fonte affaritaliani.it & messainlatino.it


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