^PU HUA SI^ a Prato il primo tempio buddista cinese

Ph.: Stefania Torchio

Un tempio ma anche un centro culturale e sopratutto un luogo aperto alla città. E’ il primo del genere in Toscana, il tempio buddista cinese aperto non a caso a Prato, la città che ospita la più numerosa comunità cinese d’Italia. Alla cerimonia hanno partecipato anche venti monaci buddisti arrivati per l’occasione proprio dalla Cina, dove pur tra enormi difficoltà quella buddista è la religione più diffusa tra la popolazione.  Il capannone dismesso di una vecchia azienda artigianale è diventato un coloratissimo tempio buddista. La struttura che potrà ospitare oltre 300 fedeli, è stata inaugurata alla presenza di 600 persone, tra le quali alcuni incuriositi studenti delle elementari. Il 70% degli esponenti della numerosa comunità cinese – sono circa 30mila le persone di origine cinesi che vivono a Prato – dice di professare la fede buddista. Il tempio di Prato è il primo in toscana, il secondo in Italia dopo Roma.  Il buddhismo fu la prima grande religione importata in Cina dall’estero. Originato in India nel VI sec. a.C., si crede che fosse conosciuto nelle regioni occidentali della Cina già nel I sec. a.C., grazie ai nutriti rapporti commerciali che attraverso lo Xinjiang si sviluppavano con i paesi dell’Asia centrale. Ma il suo ingresso “ufficiale” si pone tradizionalmente intorno agli anni 65-68 d.C., quando l’imperatore Mingdi della dinastia Han orientale avrebbe inviato verso i “regni dell’ovest” una delegazione che condusse in Cina alcuni monaci buddhisti indiani, con dei loro libri sacri; il monastero del Cavallo bianco (Baimasi) a Luoyang nello Henan ne conserva la memoria. Il primo saggio in lingua cinese, Sutra in quarantadue articoli, è attribuito a questi primi monaci, ma probabilmente risale alla fine del I sec.; si tratta di un piccolo manuale introduttivo alla dottrina del Piccolo Veicolo. Anche i monaci che seguirono, per la maggior parte Serindi, Parti o Indo-Sciti, fecero traduzioni o adattamenti assai approssimativi dal Piccolo Veicolo. Ma dal sec. III è la corrente del Grande Veicolo che si sviluppa in Cina. Da allora, mentre il buddhismo cominciò a far breccia nell’aristocrazia dell’impero, specialmente nel nord della Cina dove la dinastia Han aveva la capitale, si sviluppò un nutrito scambio culturale e religioso attraverso le piste carovaniere della seta dell’Asia centrale, e più tardi anche dal sud, per via mare. Molti missionari buddhisti giunsero così in Cina, dedicandosi principalmente alla traduzione di opere religiose, mentre non pochi cinesi si recavano in pellegrinaggio verso l’India per approfondirvi la conoscenza della nuova religione, riportandone in patria molti testi sacri nelle lingue originali. Fu una lunga fase preparatoria, dedicata principalmente al lavoro di volgarizzazione, commento e adattamento delle opere classiche buddhiste al contesto cinese.

Ph.: Stefania Torchio

I. SVILUPPO – La prolungata instabilità politica che seguì alla caduta della dinastia Han, con la conseguente divisione del Paese in diversi regni rivali, creando un diffuso clima di insicurezza, sembrò giovare alla diffusione della nuova religione che si preoccupava della salvezza dell’uomo. In quell’epoca non mancarono governanti di uno Stato o dell’altro che divennero ardenti sostenitori del buddhismo. All’inizio il buddhismo aveva incontrato non poche difficoltà, oltre che per la resistenza del confucianesimo che si considerava detentore della saggezza tradizionale del Paese, anche per la difficoltà del popolo a comprendere, per es., l’idea del celibato proposto dai monaci buddhisti: idea che ripugnava all’etica tradizionale concentrata sulla pietà filiale e quindi sul dovere di assicurare un figlio maschio che continuasse la linea familiare. In realtà, solo nel 335 d.C. fu permesso ai cinesi di abbracciare la vita monastica accanto ai confratelli venuti dall’estero. Ma ben presto la pratica si estese, favorita anche dall’interpretazione data dalla corrente Mahayana, secondo cui i meriti di una vita consacrata potevano estendersi anche ai familiari ed antenati. Gli Annali della dinastia Wei ricordano che circa l’anno 518 d.C. già più di 30 mila monasteri e templi erano stati costruiti in Cina; assai diffusa anche la riproduzione di statue di Buddha, in pietra o in metallo. Gli imperatori cinesi hanno più tardi favorito anche il cosiddetto lamaismo, cioè la particolare forma di buddhismo di tradizione Mahayana, modificato da molti elementi locali di sciamanesimo e da complesse pratiche ritualistiche, che fiorì in Mongolia e nel Tibet; attraverso le sue forti strutture gerarchiche e la sua organizzazione sociale, l’imperatore poteva meglio controllare quelle popolazioni. Come le altre religioni, anche il buddhismo conobbe in Cina alterne vicende; a periodi in cui godette della protezione della classe dirigente oltre che del favore delle masse, successero momenti in cui ebbe a subire persecuzioni da parte di imperatori che si ispiravano piuttosto al taoismo o di burocrati che vedevano minacciato il prestigio e l’egemonia del confucianesimo nella vita pubblica. Con la sua rapida crescita, infatti, il buddhismo acquistava anche un potere economico, e i suoi monaci si trovarono non poche volte coinvolti in intrighi di corte, tanto che l’imperatore Wendi della dinastia Sui (intorno al 588) non esitò ad imporre un controllo statale sul buddhismo, utilizzandolo per fini politici.  Ma sotto la stessa breve dinastia Sui, nel 606 fu stabilito per decreto imperiale un “Ufficio per la traduzione dei classici buddhisti”, a Luoyang nello Henan. Il buddhismo raggiunse il suo massimo splendore sotto la dinastia Tang, che regnò dal sec. VII all’inizio del X. Ma fu proprio un imperatore di questa dinastia, Wuzong (840-’46), a proscrivere il buddhismo con un editto dell’845: ne seguì la distruzione di cinquemila monasteri e quarantamila templi e santuari, confiscandone i beni, mentre duecentomila monaci furono costretti a lavori di pubblica utilità in regioni lontane.

Ph.: Stefania Torchio

 Era lo stesso imperatore che aveva messo al bando il cristianesimo nestoriano e lo zoroastrismo. Dal sec. X in poi, il buddhismo in Cina sembra aver perduto il suo vigore creativo, iniziando la lunga fase di lento declino, pur avendo potuto godere di un atteggiamento tollerante da parte della dinastia dei Song /960-1276)/ e del favore dell’imperatore mongolo Qubilai Khan (1260-’94), specialmente per quel che riguarda il lamaismo. A quel tempo esistevano già traduzioni cinesi delle scritture del Piccolo e del Grande Veicolo, oltre ai tre canoni fondamentali (Tripitaka) e a molti commenti. Si parla di 300-400 trattati di buddhismo tradotti o composti da monaci cinesi; alcuni tra i circa 3.000 testi in 15 mila volumi, giunti fino ai nostri giorni, sono particolarmente preziosi, perché traduzioni di originali in lingua sanscrita che si sono perduti nel corso dei secoli. Probabilmente le elaborate teorie filosofiche associate con il buddhismo rappresentavano un’attrattiva per molti intellettuali stanchi del rigido determinismo dell’ortodossia confuciana. Anche la ricca liturgia e l’apertura a nuove espressioni artistiche attrasse forse i cinesi. Inoltre, di fronte alle religioni tradizionali della Cina che privilegiavano la classe aristocratica, il buddhismo dava importanza all’individuo, proponendo il problema della salvezza a ciascun uomo. E le concrete rappresentazioni del buddhismo Mahayana circa la vita, la morte e l’oltretomba sembravano riempire un vuoto spirituale e rispondere ad un’esigenza largamente sentita nella società cinese, tradizionalmente interessata alla sorte degli antenati. La “sangha” (comunità monastica) era stata il fulcro della diffusione del buddhismo e aveva dedicato per secoli le migliori energie alla presentazione della nuova religione al mondo cinese. Ma, accumulando terreni e tesori, frutto di donazioni dei devoti, col tempo i monasteri finirono per attrarre anche molta gente che cercava prestigio o vita tranquilla. Si sviluppò così più un tipo di specialisti di riti religiosi che dei contemplativi e dei teologi. Organizzando grandi cerimonie di penitenza e di sacrifici per gli antenati defunti, gareggiavano con il taoismo a soddisfare le richieste della devozione popolare. E si alienarono sempre più gli intellettuali. II. CARATTERISTICHE DEL BUDDHISMO CINESE – Come già accennato, la forza del buddhismo che ebbe maggior sviluppo in Cina fu quella del cosiddetto Grande Veicolo, o Mahayana. Già in India, il buddhismo aveva dato origine a due principali linee di pensiero: l’Hinayana o Piccolo Veicolo, più vicino alla forma primitiva, si sviluppò specialmente nei, paesi del sud-est asiatico; mentre il Mahayana fu una elaborazione susseguente che prese piede, con caratteristiche differenti, nell’Asia centrale e nella Cina, passando poi da questa alla Corea e al Giappone.

La scuola Hinayana insegna che il principe indiano Gotama, nato nell’India settentrionale verso il 560 a.C., fu l’unico Buddha (= illuminato) della storia; era un grande maestro che ha additato a tutti la via della illuminazione e della liberazione, ma non una divinità, per cui non si deve offrirgli preghiere, invocazioni ed offerte. Al contrario nel Mahayana si crede che Gotama era uno della serie di incarnazioni; egli ascolta le preghiere dell’umanità, accettandone le offerte e rispondendo alle invocazioni. Parimenti, l’Hinayana considera la salvezza un affare personale, mentre il Mahayana crede che il “Bodhisattva” (santo che antepone al conseguimento del Nirvana la “compassione” operante per gli altri) possa estendere ad altri il beneficio dell’illuminazione e della salvezza. Ma anche il buddhismo Mahayana, non rinnegando la propria origine indiana, crebbe in Cina con peculiarità propria e con accentuate forme religiose che attingevano abbondantemente alle credenze popolari, per cui con i secoli perse ogni connotazione straniera integrandosi pienamente nel nuovo contesto sociale. È degno di nota il fatto che, a differenza di quanto avvenne in altre aree del sud-est asiatico dove la religione buddista portò ad un rinnovamento totalizzante nella cultura e nella vita dei popoli, in Cina il buddhismo si presentò non come una contestazione e un’alternativa, ma piuttosto come un’integrazione delle forme religiose preesistenti, divenendone una specie di complemento. Il buddhismo non tentò cioè di ricostruire la cultura cinese secondo la propria immagine indiana, ma anzi prese esso stesso un volto cinese che gli diede pieno diritto di cittadinanza. È caratteristico il fatto che il buddhismo cinese non abbia sentito il bisogno di conservare come lingua ecclesiastica il pali o il sanscrito; anzi, la traduzione dei testi originali fu accompagnata da adattamenti alle esigenze della lingua e del tradizionale mondo filosofico cinese, finendo per modificare anche il pensiero originale. In tal modo, il buddhismo esercitò grande influsso sulla vita spirituale dell’intero paese, fecondandone l’arte e il pensiero filosofico, suscitando elaborate teorie sulla reincarnazione, sulla ricompensa delle azioni buone e cattive oltre il limite della presente esistenza, offrendo concrete rappresentazioni del cielo e dell’inferno. Iniziative di verità e di pubblica utilità erano intraprese nella speranza di acquistarsi meriti. Questo spiega anche la vivacità con cui si svilupparono in Cina diverse scuole o sette, anche originali, che accentuavano aspetti specifici della comune dottrina, senza peraltro contrapporsi fra loro in modo esclusivo. Al nord del Paese, il buddhismo ebbe uno sviluppo prevalentemente dottrinale e filosofico, mentre al sud, dove si diffuse soltanto dal V sec. d.C., ebbe un timbro piuttosto ascetico e devozionale.

Ph.: Stefania Torchio

Di scuole se ne enumerano otto o dieci, sorte tra i sec. VI e IX come risposta ai grandi interrogativi rimasti nel buddhismo: l’illuminazione è possibile a tutti gli uomini o è solo per alcuni privilegiati? avviene d’improvviso o gradatamente attraverso lo sforzo  umano? qual è la consistenza e il valore delle realtà esterne che ci circondano? Tratti comuni ad alcune scuole sono, pur con accentuazioni diverse, l’importanza data alla disciplina ascetica e alla meditazione contemplativa. Ci limitiamo a indicare qualche tratto caratteristico delle principali scuole buddhiste cinesi. La scuola Chan, sviluppata successivamente in Giappone e nota oggi anche in Occidente con il termine giapponese di zen, sostiene che l’illuminazione avviene d’improvviso, come fu per Gotama; meditazione, opere buone, studio e ascetismo possono esserne al più una remota preparazione. Assolutizzando il valore della contemplazione, il buddhismo chan disprezza la speculazione teologica e il culto dei testi scritti. In reazione a questa tendenza sorse la scuola Tiantai, dal nome della montagna nella provincia dello Zhejiang dove visse uno dei suoi fondatori. Sul piano filosofico questa scuola espresse un accentuato idealismo già sostenuto dal monaco Xuanzang nel sec. VII. Essa considera il Buddha in un contesto teista e dà grande importanza ad una combinazione di meditazione, disciplina morale, studio e riti. La più popolare è la scuola Qingtu o della “pura terra”. Professa fede in Amitabha, uno dei Buddha riconosciuti nella corrente Mahayana, che la leggenda ricorda come un antico monarca che volle diventare Buddha per salvare i suoi consimili, fondando un nuovo regno (il “paradiso occidentale”) in cui tutti possono godere gioia, sapienza, felicità eterna. Questo “regno occidentale” o “terra pura” (che sostituisce il Nirvana indiano) si può raggiungere invocando il nome di Amitabha (“Nanmo Amituofou” = adorazione ad Amitabha Buddha). Tra i Bodhisattva del “paradiso occidentale” di Amitabha è assai venerata anche la divinità femminile Guanyin, considerata la dea della misericordia. Non esigendo di ritirarsi dal mondo per abbracciare la vita monastica, questa scuola ebbe molto seguito tra i laici. Un altro importante ramo del buddhismo cinese è la scuola Zhenyan (“vero verbo”), conosciuta anche come tantrismo (dal sanscrito tantra = formula efficace); in essa si dà preminenza a complesse cerimonie e formule magiche come scorciatoia alla salvezza. III. IL BUDDHISMO NELLA NUOVA REALTÀ CINESE –

Ph.: Stefania Torchio

Sotto la dinastia mancese dei Qing il declino intellettuale e morale dell’istituzione monastica sembrò senza speranze, compensato solo in parte dall’impegno di alcuni validi studiosi laici. Questi tentarono, all’indomani della proclamazione della Repubblica (1912), di costituire un’Associazione buddhista pan-cinese, ma il frazionamento e il campanilismo prevalente non lo permisero. Intanto una forte corrente di opposizione da parte di giovani intellettualí, combattendo le “superstizioni”, reclamava la confisca dei beni dei monasteri e dei templi per sovvenzionare la riforma della pubblica istruzione. Lo stesso governo nazionalista, negli anni 1929-’33, tentò una severa regolamentazione dei templi e del clero buddhista; le istituzioni buddhiste che nel 1930 (calcolate in 20 delle 28 province cinesi) erano quasi 270 mila, con oltre 700 mila monaci e monache, furono assai ridotte di numero. Eppure, proprio mentre era oggetto di tante critiche e attacchi, il monachesimo, stimolato anche dall’esempio dell’attività caritativa e culturale delle missioni cristiane, sembrò conoscere una fase di ripresa. Si distinsero particolarmente in quest’opera di rinnovamento i monaci Taixu (1890-1947) e Yuanying (1878-1953), che riuscirono tra l’altro a costituire e a far riconoscere dal governo nel 1931 l’Associazione buddhista cinese; i due leaders si trovarono presto su posizioni opposte quanto al metodo da seguire. Tuttavia in quei decenni turbolenti che precedettero la vittoria delle forze comuniste in Cina, furono fondati centri per la formazione dei giovani monaci e altri istituti scolastici con organizzazioni giovanili e si diede avvio ad opere caritative come ospedali e orfanotrofi. Sul piano culturale, oltre alla ristampa sistematica di molte opere antiche, l’abate Taixu diede nuovo stimolo all’idealismo Chan, moltiplicò contatti di studio con altri Paesi buddhisti dell’Asia, rinnovando a Chongqing nel 1939 l’Associazione buddhista cinese. Alla proclamazione della Rpc (1949), non erano uniformi i sentimenti della “sangha” e dei laici buddhisti verso il governo popolare. Da una parte sentivano affermazioni rassicuranti sulla “libertà di credenza”, codificata nel Programma comune alla cui elaborazione avevano contribuito anche due leaders buddhisti. Dall’altra, numerosi fatti inquietanti erano avvenuti nelle “zone liberate”, dove erano stati distrutti monasteri, maltrattati e uccisi monaci, bruciati libri sacri, statue rimosse o fuse. Da parte loro, le autorità non esitavano a ripetere di voler “proteggere” il buddhismo come le altre religioni, pur non nascondendo la volontà di porlo sotto controllo e di farne uno strumento per la realizzazione della rivoluzione. La riforma agraria (1950) segnò una fase decisiva per le sorti del buddhismo in Cina. Le vaste terre che assicuravano il mantenimento di templi e monasteri furono confiscate, gli edifici adibiti ad usi pubblici; nelle campagne se ne facevano di solito depositi per grano o altro, in città erano spesso trasformati in “palazzi della cultura” per il popolo.

Preti e monaci buddhisti, laicizzati e costretti a lasciare la vita comunitaria, erano impegnati in attività produttive nelle campagne o fabbriche; a volte i templi stessi erano trasformati in laboratori di artigianato; alcuni monaci aprirono ristoranti che si specializzavano in piatti vegetariani secondo la tradizione buddhista. Secondo i resoconti di un gruppo di buddhisti che avevano abbandonato il continente, nel 1954 restavano aperti in Cina meno di un centinaio di centri religiosi, rispetto ai 130 mila che si contavano nel 1947; i monaci rimasti si calcolavano non più di 2.500, compresi numerosi agenti comunisti che si preoccupavano di “cambiare la mentalità”. Non mancava intanto anche fra i monaci stessi chi, collaborando con il nuovo regime, tentava di salvare il salvabile, come l’abate Juzan; quando nel 1950 il governo decise di pubblicare una rivista Buddhismo moderno (in cinese), Juzan ne divenne direttore, pur con poteri ben limitati. Nel novembre 1952, una ventina di dirigenti buddhisti, radunati a Pechino sotto la guida di Li Weihan, capo del dipartimento del Fronte unito nel Pcc, decidevano di dar vita ad una nuova Associazione buddhista cinese (quella già esistente si era trasferita a Taiwan). L’inaugurazione avvenne nell’estate 1953. Presidente fu eletto il vecchio abate Yuan Ying, che moriva poco dopo; gli succedeva il tibetano Shirob Jaltso, mentre diveniva segretario generale Zhao Puchu, un noto laico buddhista di Shanghai, che si era distinto per le sue posizioni progressiste. L’associazione era praticamente ristretta ai 93 membri del Consiglio, senza alcuna ramificazione o attività periferica. Tra gli scopi patriottici che si proponeva: il sostegno della riforma agraria, della lotta ai controrivoluzionari, la campagna contro l’America e in favore della guerra in Corea (la guerra rivoluzionaria era considerata non contraria ai principi di Buddha) e la formazione dei buddhisti al dovere di rinnovare la religione secondo la nuova realtà sociale. Come organizzazione culturale collegata al Fronte unito, l’Associazione fu largamente utilizzata per dissipare i dubbi e le preoccupazioni dei Paesi buddhisti del sud-est asiatico, oltre che per guadagnarsi la fiducia delle minoranze etniche della Mongolia e del Tibet; nel primo Consiglio il 30% dei posti era andato ai Tibetani e ai Mongoli, mentre il Dalai Lama e il Panchen Lama erano eletti assieme a un abate della Mongolia tra i quattro presidenti onorari. Nel 1955 una delegazione cinese partecipò al VI Concilio buddhista di Rangoon, in occasione del 2500° anniversario della nascita del Buddha; dal ’52 al ’66 furono undici le delegazioni cinesi inviate all’estero, mentre quelle di buddhisti stranieri ricevute in Cina furono quasi una quarantina. La stampa cinese destinata all’estero dava risalto a questi scambi. Erano anche esaltate le vecchie glorie del buddhismo cinese: si veda, per es., come sono ricordati i due antichi pellegrini Faxian e Xuanzang in un sommario di storia pubblicato in inglese a Pechino nel 1958 (An outline History of China, pp. /96-113). Questa “valorizzazione” del buddhismo in politica estera subì una crisi con la rivolta dei Tibetani e la fuga del Dalai Lama nel 1959; al suo posto fu messo il giovane Panchen Lama, che però nel 1964 fu a sua volta arrestato e internato, come “nemico del popolo, della patria e del socialismo”. L’Associazione buddhista cinese tenne la sua seconda conferenza nazionale nel 1957 e la terza nel ’62. Cessò ogni attività nell’estate del 1966; la rivista Buddhismo moderno aveva cessato le pubblicazioni già da oltre un anno. Con la Rivoluzione culturale ogni traccia di attività buddhista veniva spazzata via. E per una decina d’anni in Cina non rimase un sol tempio aperto, una sola comunità monastica funzionante. Con la caduta della Banda dei quattro e il ricupero del Fronte unito, nella riconvocazione della Conferenza politico-consultiva del popolo (febbraio 1969) riapparvero anche alcuni esponenti buddhisti, tra i quali il Panchen Lama e altri monaci tibetani, mongoli e cinesi. Molti templi furono restaurati e cerimonie di culto buddhista cominciarono a tenersi in qualche tempio riaperto da poco, ad uso prevalentemente dei visitatori stranieri e dei cinesi d’oltremare. Tuttora c’è una certa rinascita, con il restauro di numerosi templi e la ricostituzione di comunità monastiche. PU HUA SI associazione buddista della comunità cinese in Italia. Centro culturale ed educativo Piazza della Gualchierina,19  59100 Prato (PO) Tel.0574 400152


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