Con lampadine ‘verdi’ meno CO2

La lampadina va in pensione, Addio lampadine inquinanti.Il tallone d’Achille è in quella piccola dose di mercurio; più o meno 3 milligrammi a lampada. Ma bastano per tentare di riaprire una partita che sembrava chiusa. Così la fluorescenza, mentre si accinge ad assurgere a protagonista dell’illuminazione mondiale, si vede rispedita al mittente l’accusa di inquinamento. «Attenti – avvertono i ricercatori dell’università americana di Stanford-, un milligrammo di mercurio contamina quattromila litri d’acqua». E al conto vanno aggiunti i danni delle polveri fluorescenti, nocive per gli organismi. Questo spiega perché i signori dell’incandescenza, il modello tradizionale di illuminazione, non pensino ad ammainare la bandiera. Ma studino come rigenerare i vecchi bulbi col filamento di tungsteno. Anche se, spregiudicatamente, quasi tutti giocano su più tavoli. Con l’occhio che si allunga su un futuro non prossimo in cui non ci sarà che il Led (acronimo per Light Emitting Diode, dìodo a emissione luminosa) a fare luce.La lampada incandescente è spinta all’abdicazione da superiori necessità ambientali e dalle ragioni cogenti del risparmio energetico. La comunità europea ha deciso che deve cedere il passo alla più salubre collega fluorescente. È l’unico modo, assieme ad altre misure, per ottenere un miglioramento di efficienza energetica del 20% entro il 2020. Il passaggio delle consegne è già avviato; la Francia da un mesetto ha tolto di circolazione le lampade a cento watt; poi, per gradi, toccherà alle altre. Anche l’Italia, dopo che il governo Prodi aveva optato per un taglio netto, con l’attuale governo ha scelto la gradualità. Prime a sparire, praticamente da domani, saranno le lampade da 100 watt. Un anno dopo quelle da 75 watt. Nel 2011 usciranno di scena i 60 watt. Il primo settembre 2012 atto finale con il commiato delle lampadine da 40 e 25 watt. Il regno della lampada incandescente si è protratto per centotrenta anni. Dal giorno in cui l’accorto Thomas Alva Edison perfezionò, con l’aggiunta di un filamento di carbone a lunga durata, e subito brevettò un’ampolla di vetro che serviva a fare luce e che aveva acquistato da due inventori.

È la preistoria dell’odierna lampadina elettrica. Dopo qualche anno, il filamento di carbone sarebbe stato sostitutito dal più affidabile tungsteno. E già il 31 dicembre del 1879 Edison inaugurava la nuova era tra trombe, grancasse e tanta gente col naso all’insù e accendeva la luce nel Menlo Park a New Jersey. Cos’è che non va nelle vecchie incandescenti? Innanzitutto concorrono a innalzare i livelli del pestifero diossido di carbonio. L’Eropean Companies Federation ha divulgato un po’ di calcoli. Se l’Europa rispettasse i ruolini di marcia, entro il 2015 nell’aria circolerebbero ventitré milioni di tonnellate di diossido in meno; con un risparmio in euro sui sette miliardi. Per l’Italia l’anidride carbonica calerebbe di circa tre milioni di tonnellate, il consumo di chilowattora si ridurrebbe di oltre cinque miliardi e il risparmio non sarebbe inferiore al miliardo di euro. E poi l’incandescenza è un disastro sul fronte dell’efficienza energetica. Il filamento a tungsteno trasforma appena il 5% dell’energia elettrica che lo attraversa in luce; tutto il resto si disperde sotto forma di calore. Difficile competere con le fluorescenti compatte, che vantano una resa vicina al’80%. Se l’infido mercurio è il tallone d’Achille della fluorescenza, anche sul piano dell’efficienza non è detta l’ultima parola. Dal miglioramento della resa delle lampadine parte il tentativo di riscossa dei fautori dell’incandescenza. Che si irradia da Santa Rosa, in California, centocinquantamila anime a nord di San Francisco e a due passi dalla Silicon Valley, leggendario vivaio industriale. Qui la Deposition Sciences è all’opera per un compito arduo, che il New York Times icasticamente descrive come “soffiare nuova vita nella lampadina di Thomas Edison”. I primi esemplari messi in commercio hanno raggiunto una resa del 30%; ma dall’azienda assicurano che in laboratorio sono già al 50%. Il trucco consiste nell’applicare speciali rivestimenti riflettenti a delle capsule piene di gas che avvolgono il filamento della lampadina. I rivestimenti funzionano da specchio termico che rinvia il calore prodotto al filamento, dove si trasforma in luce. La Deposition Sciences non è sola in questa affannosa ricerca. Nelle università si lavora alacremente. Il clima è di assoluto ottimismo. «Per l’incandescenza, negli ultimi tre anni ci sono state più innovazioni che nelle ultime due decadi», dichiarano in coro i ricercatori. Dietro si stagliano le sagome gigantesche dei signori della luce: Philips, Osram, General Electric, la tedesca Auer e la giapponese Toshiba. Non propriamente animate dal sacro fuoco della scienza. La ricerca di un marchingegno che rilanci l’incandescenza va avanti. Da ultimo un facoltoso signore di Los Angeles, David Cunningham, afferma di aver già speso cinque milioni di dollari e di essere a un passo da una resa del cento per cento. fonte unita.it

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