L’avanzata dei farmaci personalizzati

dna_man_womanPresto la mappatura genetica costerà solo 1000 dollari Con le molecole biotech cure efficaci per ogni paziente

E’ molto più importante conoscere la persona affetta dalla malattia che la malattia stessa». Non è uno scienziato dell’epoca post-genomi­ca a esprimere questo concetto, ma Ippocrate, il padre della medicina. Ed era il 400 avanti Cristo. Una frase che oggi torna di estrema attualità con lo sviluppo della medicina per­sonalizzata e dei farmaci «intelligen­ti ». Il medico, il chirurgo, nel cuore della cellula malata. Senza distrugge­re, ma «correggendo» l’errore. Cono­scendo il Dna di un paziente si può curarlo in modo specifico, adatto al­le sue caratteristiche. Conoscendo solo la malattia, così come è accadu­to finora con la medicina moderna, si puntava su farmaci di massa mai davvero in grado di curare tutti i pa­zienti. Spesso, come nel caso dei tu­mori, arrecando alla fine più danni che benefici. Per questo le multinazionali del farmaco hanno cambiato rotta. Pfi­zer, Novartis, Sanofi-Aventis, Glaxo­SmithKline, Roche, Astrazeneca, J&J, Merck Serono, Eli Lilly, Wyeth, Amgen-Dompè, hanno spostato ca­pitali verso il biotech, sviluppando­lo o acquisendo aziende leader del settore, ed è partita la corsa all’oro dei farmaci personalizzati e dei kit diagnostici per «leggere» i geni di una persona. A fini di prevenzione e allo scopo di individuare le mutazio­ni che favoriscono i tumori o le ma­lattie rare: tutte situazioni che pos­sono, o potranno, venire corrette da rimedi ad hoc. In campo ci sono miliardi di euro. Novecento nuove molecole «intelli­genti » a vari livelli di sperimentazio­ne. Prima di tutto nel campo dei tu­mori, ma anche per le malattie au­to- immunitarie, ematologiche. O per l’artrite reumatoide, l’allergia, la maculopatia degenerativa che porta alla cecità, la psoriasi. Il test per ana­lizzare il genoma di ognuno di noi si muove verso prezzi sempre più economici: nel 2010, da una goccia di sangue, sarà possibile ricavare la «fotografia» di tutti i nostri geni a un costo che secondo le previsioni potrebbe non superare di molto i mille dollari.

laptop-stetho70 Nell’arco del XX secolo si è assisti­to a una riduzione dei tassi di morta­lità senza precedenti nella storia del­l’umanità. Nei Paesi sviluppati l’aspettativa di vita alla nascita è au­mentata di circa trent’anni. Il filone dei primi farmaci intelligenti, gli an­ti- angiogenetici (quelli che impedi­scono ai tumori di sviluppare una lo­ro rete sanguigna per alimentarsi), è nato grazie agli studi innovativi di Judah Folkman, ispirato (per sua stessa ammissione) dalle ricerche di un’italiana, Elisabetta Dejana. Dice­va Folkman: «Non importa distrug­gere il tumore, è sufficiente tenerlo sotto controllo». Trasformarlo in malattia cronica, che non impedisca una buona qualità della vita. Lo sviluppo dei farmaci sulfamidi­ci e della penicillina nella prima me­tà del secolo, i farmaci antipertensi­vi, diuretici, beta-bloccanti, e Ace inibitori a partire dagli anni Cin­quanta, le terapie anti-retrovirali e i nuovi farmaci oncologici dagli anni Novanta in poi rappresentano solo alcune delle innovazioni farmaceuti­che fondamentali che hanno mag­giormente contribuito all’abbatti­mento dei tassi di mortalità. Eppu­re, a parte i più recenti medicinali messi a punto, i farmaci di solito rie­scono a curare completamente solo il 40 per cento della popolazione ma­lata di una determinata malattia. Con la «personalizzazione» si mira al 100 per cento. Si legge nell’ultimo rapporto del Cerm (Competitivi­tà- Regolazione-Mercati): «Gli studi condotti da Frank Lichtemberg (Co­lumbia University, New York) e Ben­gt Jönsson (Istituto Karolinska, Stoc­colma) mostrano in particolare co­me, a parità di altre condizioni, una maggiore disponibilità di farmaci in­novativi abbatte il tasso di mortali­tà ».La probabilità di sopravvivenza dei pazienti appare inversamente correlata rispetto all’età media dei prodotti farmaceutici impiegati, mi­surata a partire dal primo lancio mondiale di tali farmaci. Quindi maggiori risultati di cura se si ridu­ce il periodo intercorrente tra la pri­ma immissione del farmaco in com­mercio (tipicamente negli Stati Uni­ti) e il lancio in Italia. E se i nuovi trattamenti sostituiscono rapida­mente le vecchie cure (effetto diffu­sione). Altro effetto importante è il cam­biamento della ricerca. Anche in Ita­lia, dove i fondi non sono molti co­me è noto, stanno sorgendo le «tor­ri biologiche» per cell-factory , nano­tecnologie e produzione di moleco­le biotech. Ecco la coltivazione di fat­tori di crescita, di rigenerazione, di cellule staminali (per lo studio di quelle tumorali), la terapia genica, «bombe radioterapiche» che esplo­dono solo nel tumore, i bio-enzimi che correggono malattie rare, i bio­vettori che portano i killer solo nelle cellule malate da eliminare. A Mila­no, Genova, Roma, Palermo (a Cari­ni), a Forlì-Cesena, a Napoli. Investi­menti di milioni di euro a cui parte­cipano associazioni come l’Airc e Te­lethon, aziende farmaceutiche, fon­dazioni bancarie. È il presente della medicina, e l’Italia potrebbe vera­mente decollare investendo in «cer­velli » e ricerca, attirando da altri Pa­esi scienziati, pazienti e studenti in biotecnologie. E convogliando inve­stimenti dalle multinazionali che ora si concentrano nei laboratori americani (Boston in particolare) e in quelli inglesi. Intanto i farmaci «intelligenti» contro i cosiddetti «big killer» arri­vano via via all’approvazione, costo­si ma efficaci. Bersagli: cancro ai pol­moni, alla mammella, alla prostata. Come i radiofarmaci che consento­no di riconoscere, colpire e curare al­cune serie patologie quali tumori ti­roidei, neuroendocrini, tumori al cervello, linfomi e altri ancora. Ogni anno centinaia di pazienti arrivano anche dall’estero, in particolare da Spagna, Francia e pure dagli Stati Uniti. Al congresso 2009 dell’American society for clinical oncology (Asco), svoltosi a Orlando, oltre 200 lavori scientifici riguardavano le nuove vie di diagnosi precoce e controllo dell’evoluzione della malattia (co­me i biomarcatori), che tengano conto della variabilità umana e de­gli aspetti molecolari della patolo­gia. È stata sdoganata anche come clinica, e non solo come ricerca, la «medicina personalizzata». In parti­colare i biomarcatori sono un ele­mento centrale durante tutto il ciclo di vita di un farmaco intelligente, dall’identificazione del bersaglio fi­no alla messa a disposizione per i pa­zienti. E sono arrivati importanti far­maci che hanno dimostrato di offri­re benefici in termini di sopravvi­venza per diverse tipologie di tumo­ri. Per esempio, il bevacizumab per il carcinoma colorettale, mamma­rio, polmonare e renale; il trastuzu­mab per il carcinoma mammario; il rituximab per il linfoma non-Ho­dgkin e la leucemia linfatica croni­ca; la capecitabina per il carcinoma mammario, colorettale, del colon e dello stomaco, e l’ erlotinib per il car­cinoma polmonare e pancreatico. Via libera dal Chmp (Comitato per i medicinali per uso umano) ad afini­tor in compresse per il trattamento di pazienti con carcinoma renale in fase avanzata. Il farmaco agisce bloc­cando mTOR, proteina intracellula­re che agisce come «centro» di rego­lazione per il controllo dell’attività di diversi fattori responsabili della crescita anormale, della proliferazio­ne e della sopravvivenza senza con­trollo delle cellule neoplastiche. E sul melanoma si sta sperimentando Plx4032. «Tutti farmaci a bersaglio: men­tre la chemioterapia colpiva solo ge­nericamente, oggi si mira a un parti­colare obiettivo molecolare presen­te solo nelle cellule tumorali, con una strategia che risparmia anche la tossicità», dice Filippo De Braud (Ieo di Milano). E il bersaglio è spes­so comune a più tumori. Prima però bisogna scoprire (lettura del Dna) se su quel paziente funziona. L’im­portante è che non si escludano pa­zienti per ragioni di budget. Del re­sto anche l’agenzia del farmaco ita­liana, l’Aifa, ha studiato meccanismi di pagamento da parte delle aziende sanitarie che tengono conto dei be­nefici effettivi del trattamento e, quindi, dell’efficacia. Il meccanismo prevede che anche l’azienda parteci­pi al rischio dal punto di vista finan­ziario. Stesse novità al congresso sulle malattie autoimmuni in campo reu­matologico. All’Eular 2009 è stata la consacrazione delle nuove moleco­le. Spiega Gianfranco Ferraccioli, reumatologo della Cattolica di Ro­ma: «Dopo oltre dieci anni, il percor­so terapeutico è quello di combina­re un farmaco tradizionale con un anti-Tnf (anti-angiogenesi) per bloccare il danno alle articolazioni. Il risultato di questa combinazione è la remissione nel 40-50% dei pa­zienti con attività di malattia prolun­gata e oltre il 50% nei casi di malat­tia di recente insorgenza». Oggi quindi abbiamo a disposizione una piramide terapeutica che passa dai farmaci più semplici a quelli sem­pre più specifici. La possibilità di avere una cura ad personam è sem­pre più vicina. fonte corriere.it

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