Perché la Luna non cambierà la nostra natura

Apollo11_Launch

40 ANNI FA. Da “L’Europeo” un indimenticabile reportage di Oriana Fallaci sullo sbarco lunare. Un mese a Houston per raccontare l’evento.

Il razzo propulsore dell’Apollo 11 era frutto di una lunga sperimentazione. Alto 36 piani (con un peso di 3mila tonnellate) nasceva da una bomba, la V2, creatura del nazismo. Un uomo, messo accanto a quel razzo, sembra meno di una formica. È un razzo così ciclopico che la sua altezza equivale a quella di un grattacielo di 36 piani, la sua ampiezza è quella di una stanza di sette metri per sette. Pieno di carburante, pesa 3mila tonnellate. Per alzarsi ha bisogno di una spinta pari a 4mila tonnellate. E di ciò non ti rendi conto alla televisione o quando lo guardi dal recinto della stampa, che è il più vicino alla pista di lancio: un chilometro e mezzo. Ti mancano i termini di paragone, e solo il boato che segue la fiammata da apocalisse ti riconduce alla realtà. Poi lo spostamento d’aria che ti investe come un mastodontico schiaffo. E ricordi che in fondo è una bomba; nacque da una bomba che si chiamava V2 e non serviva a volare nel cosmo: serviva a distruggere le città, a massacrare gli inermi. Pensaci al momento in cui partirà per la Luna, il 16 luglio. La data è il 16 luglio. L’ora, le 9.32 del mattino. Il luogo, Cape Kennedy in Florida. Avrebbe potuto essere Bajkonur nell’Unione Sovietica: la corsa dei due Paesi andava di pari passo e anzi sembrava che a vincerla fossero i russi. Poi i russi rimasero indietro, non s’è mai saputo perché, e a meno di una sorpresa in extremis sembra proprio che a vincerla siano gli americani. Hanno tenuto fede all’impegno. Entro il 1969, dicevano, sbarcheremo sulla Luna. Ed entro il 1969 ci sbarcano: per darci il Grande Spettacolo.

fallaciNaturalmente non cambieremo per questo. Coloro che ancora vivono come bestie dimenticate da Dio, e sono centinaia di milioni, non sanno neppure che esiste il razzo Saturno, che si va sulla Luna. Quanto a coloro che invece lo sanno e ne comprendono il significato, non illudiamoci. Gli uomini continueranno come prima a soffrire, a uccidersi nelle guerre, a offendersi nelle ingiustizie, e con la Luna allargheranno i confini della loro perfidia e del loro dolore. Ma allargheranno anche quelli della loro intelligenza, della loro curiosità, del loro coraggio e, se le insidie non si materializzano, può anche darsi che il Grande Spettacolo diventi una buona avventura. Certo le insidie sono cupe. La prima è che un microscopico germe lunare invada la biosfera e contagi il genere umano, gli animali, le piante, le acque: senza che la natura e la scienza sappiano difendersi. La morte fisica insomma. La seconda è che la tecnologia prenda il sopravvento e addormenti i nostri cuori, i nostri cervelli, ci trasformi in robot incapaci di fantasia, sentimenti, rivolta. La morte spirituale insomma. La terza è che tutto si risolva in un avvenimento giornalistico, uno show televisivo dietro cui non c’è nulla fuorché qualche dato scientifico per far guadagnare chi guadagna già troppo. La morte morale insomma. Per destino o per scelta, ci siamo imbarcati in un’impresa che rischia di annientarci o peggiorarci o deluderci. Ma non possiamo più tirarci indietro. E qui sta il lato eroico dell’intera faccenda. Il reportage che segue vuole occuparsene senza retorica: con il distacco che la verità impone. È il risultato di un mese di ricerche e quattro anni di contatto con la comunità che compie il viaggio sulla Luna: le cose viste in quel mese e in quegli anni non sono state sempre esaltanti. Dal giorno che giunsi a Houston per scrivere un libro, non persi mai di vista i personaggi di cui oggi si parla: così conosco assai bene il loro mondo, che è un piccolo mondo sorretto dai giganti al potere. La General Electric, la General Motors, la Ibm, la North American, la Grumman Aircraft, Wall Street, il governo americano con il Pentagono dietro la porta. E ancora meglio conosco l’amara realtà: sulla Luna ci si va in fondo con una scalinata di dollari, miliardi e miliardi di dollari messi uno sopra all’altro per scopi spesso pubblicitari o finanziari o politici. Traducendo algebricamente la cosa, si potrebbe dire che il piccolo mondo di Houston sta a quei giganti e al loro denaro come l’uomo sta al razzo Saturno. Però nel deserto senz’aria che chiamano Mare della Tranquillità non ci va la General Motors o la Casa Bianca o il Pentagono, ci vanno gli abitanti del piccolo mondo. E i protagonisti umani restano loro: un reportage non può che partire da loro. E chi sono loro? Diciamolo subito: borghesi di provincia. Non ti aspettare da loro un’intelligenza pari alla responsabilità che hanno, o una visione nuova della vita. Vivono in case colme di straordinari comfort, aria condizionata, forno con raggi infrarossi, radio incorporata nei muri di ciascuna stanza, piscina che si vuota e si pulisce da sé, due automobili a testa, e il loro conformismo è ancora quello di 50 anni fa: afflitto da mille cecità, mille tabù religiosi, morali, sociali. La domenica mattina vanno alla messa o alle funzioni della Chiesa presbiteriana o metodista o episcopale, e la domenica pomeriggio alla partita di baseball. Il lunedì mattina tornano a lavorare e il lunedì sera fanno le corna alla moglie che magari è una strega, ma guai a pronunciare la parola divorzio, significa scandalo. E la guerra in Vietnam è una guerra santa, il marxismo è una parolaccia, Ernesto Che Guevara era un fuorilegge, i neri sono individui da non frequentare. Del resto alla Nasa non c’è un solo nero, tutti gli impiegati sono rigorosamente bianchi e gran parte degli astronauti sono biondi con gli occhi azzurri. Qualcuno, s’intende, è bruno con gli occhi neri. E ritiene che la guerra in Vietnam non avrebbe mai dovuto essere fatta, che qualche nero alla Nasa ci dovrebbe stare, che Che Guevara era un personaggio assai nobile, che la coscienza non ha bisogno di un pastore metodista. Ma appartiene a una minoranza infelice. Un gesto sbagliato e ti giochi la Luna: meglio tacere o mentire. Ma certi ragionamenti non ti consolano quando oltrepassi i cancelli della Nasa. Negli uffici ultrarazionali, disinfettati, non trovi mai tipi entusiasti e pieni di avventura: trovi solo pallide larve ubbidienti che alla Luna guardano con indifferenza di pietra, insensibilità di computer. V’è un impianto, alla Nasa, che durante i voli spaziali permette di udire il dialogo degli astronauti con il Centro controllo e quindi, in qualsiasi stanza tu sia, ti piovono addosso le voci degli astronauti che volano nel cosmo. Remote, drammatiche. Ad ascoltarle ti vengono i brividi, giuro. Ma lì nessuno le ascolta. E nessuno avverte brividi, nessuno si stupisce, nessuno sogna. Il sistema li ha metallizzati in appendici del razzo Saturno, della capsula Apollo, del veicolo Lem. «Andiamo sulla Luna, e con questo? È una normale conquista tecnologica». L’insidia della tecnologia qui ha già dato i suoi frutti e per questo, anziché navigatori o scienziati, ti sembra spesso di intervistare freddi impresari teatrali. Ecco dunque l’anteprima del loro spettacolo. Con i suoi attori, le sue comparse, i suoi autori, i suoi tecnici, il suo copione, i suoi interrogativi angosciosi, la sua assurdità commovente. Il primo uomo che sbarcherà sulla Luna è il trentanovenne Neil Armstrong, che in italiano vuol dire Braccioforte. Ma il nome non gli si addice soprattutto per via della faccia che è dominata da un nasino all’insù, dispettoso, e da una bocca a salvadanaio, maligna, dove il labbro superiore è invisibile perché troppo sottile. Le guance sono infantili, rotonde. Gli occhi sono piccoli, azzurri, e di rado si piantano con decisione nei tuoi. La pelle è rosea, lentigginosa. I capelli, color biondo carota, cortissimi. E anche se scendi al corpo, che è lungo, irrobustito da faticosi esercizi in palestra, concludi che il tutto è decisamente antipatico. Io, quando lo conobbi tre anni e mezzo fa, me ne sentii respinta, e molta gente m’ha detto d’aver provato la medesima cosa. Anche a causa della sua timidezza che è enorme e che combatte con l’arroganza.  Allora, per rimediare, sorride. V’è un che di femmineo, in Neil Armstrong. Di indifeso, di debole. Tale premessa non deve trarre in inganno, indurti a credere che Neil Armstrong nasconda una qualsiasi dolcezza. Chiunque te lo descriverà come “a cold, calculating guy, un tipo freddo, calcolatore”. Il suo modo di pensare e di vivere è rigido quanto un’operazione aritmetica, tutto in lui è calcolato come dentro un computer e fra i 52 astronauti americani è colui che più di ogni altro possiede le virtù del robot. Vale a dire assenza di passioni, ordine e legge, controllo, nessuna fantasia. Se l’umanità del futuro sarà un esercito disciplinato di creature asettiche, cervelli elettronici, Neil Armstrong è già il futuro. Niente lo interessa fuorché volare, conoscere le macchine che servono a volare. Niente lo seduce fuorché la tecnica necessaria ad andare sulla Luna e la Luna stessa per lui non è che uno strumento per applicare quella tecnica.  Apprenderai dalla sua biografia che imparò a guidare l’aereo prima dell’automobile, che si laureò molto presto in ingegneria aeronautica, che divenne subito pilota collaudatore e che all’infuori di ciò non fece mai altro. Non lesse mai un romanzo o una poesia, non ammirò mai un quadro, non andò mai a un concerto, non si formò mai un’idea politica, non trasse mai piacere da qualcosa che non fosse un’elica o un reattore. Il suo unico hobby, quello cui dedica ogni domenica, ogni vacanza, sai qual è? Il volo planato. Sicché parlare con lui è una sofferenza che sfiora l’incubo. Io, che l’ho visto più volte in questi anni, non sono mai riuscita a stabilire con lui un contatto che assomigliasse a un contatto umano, a farlo mai indulgere a un attimo di cordialità, di curiosità, di calore, a meno che non pronunciassi le parole Mercury, Gemini, Apollo.
Tratto da L’europeo n. 28 – 1969

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