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Torna il panettone dei milanesi

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Motta e Alemagna lasciano la Svizzera
La Bauli ha comprato i due storici marchi, simboli del boom economico, dalla Nestlé

MILANO – Il Natale quando arriva, arriva. Magari an­che in un giorno di giugno. Che si va già in giro con le infradito e si tirano fuori dalle custodie gli occhiali come Tom Cruise. Ba­sta leggere sul giornale che il panettone «torna tutto italiano». Motta e Alemagna so­no di nuovo da noi. Ed è come se fosse già il 25 dicembre. La Bauli ha comprato i due storici marchi dalla Nestlé e sembra «la vit­toria del pandoro». Ma in fondo nessuno ci ha mai creduto alla storia che Motta e Ale­magna erano diventati svizzeri. Come que­gli emigranti che lasciavano il paese ma sa­pevi che un giorno o l’altro li avresti rivisti comparire davanti alla porta. Motta e Alemagna che ci passavi il dito sulla confezione. E seguivi la forma del Duo­mo o quella «M» che ci stava tutta su un la­to. Il panettone che si mangiava solo due giorni e poi si teneva una parte fino a feb­braio per San Biagio che «ti protegge dai mali della gola».

Simboli di un’Italia che non era più povera ma che per il benessere bastava una fetta di dolce e un bicchiere di spumante. Il dolce più milanese che della città aveva la sobrietà e una dolcezza che non sapeva di melassa. Farina, uova e giu­sto qualche candito. Roba di lusso che, per un giorno, ci faceva sentire tutti uguali. Ba­stava non guardare le posate. Alemagna e Motta che c’era dentro tutto il sogno di chi ce l’aveva fatta. Due nomi che parevano usciti dall’ufficio di un creati­vo della pubblicità. Ci leggevi la concretez­za e la voglia di tirarsi su le maniche. Storie di provincia finite nell’angolo più bello di piazza Duomo. Gioacchino Alemagna, il pic­colo orfanello che diventa garzone di un pa­nettiere. E poi su fino a sfidare Rockfeller. Per una coppia di cigni di porcellana che il magnate americano aveva visto ad un’asta e lo sveglio milanese gli aveva portato via sotto il naso. E il miliardario a «stelle e stri­sce» che spendeva milioni in telefonate per convincere Alemagna che dei cigni di por­cellana, in fondo, non gli importava gran­ché. Il cumenda che non dimenticava le sue origini, l’odore della nebbia e la fame che ti morde lo stomaco.

Angelo Motta che arriva a Milano con mezza lira in tasca da Villa Fornaci di Gessa­te. Il primo lavoro quando gli altri vanno an­cora a scuola. Anche lui in una panetteria. La fatica, l’inventiva, la costanza tutte am­brosiane. E anche quando diventerà il «sciur Angelo» resterà il ragazzo di prima della Grande Guerra. Aveva trovato la for­mula giusta per il lievito e il suo panettone sapeva di buono solo a guardarlo da dietro la vetrina. Lavora anche di notte e in città si sparge la voce di un «certo Motta» che è di­ventato un mago. E forse non è un caso che Angelo Motta muoia un 26 dicembre. Quasi a non voler «disturbare» il Natale che, ades­so, con il panettone era anche un po’ suo. Alemagna e Motta, le confezioni rigide che vedevi nelle mani di tutti e chi ne ave­va due era uno proprio ricco. Impiegati e operai a correre a casa col panettone regala­to dalla ditta da mettere sotto l’albero e guai a toccarlo prima che sia il 25 dicem­bre. E speriamo che quest’anno non venga la zia sennò finisce tutto e a Santo Stefano come si fa?

La crisi arriva negli anni Settanta quando già ci sono i figli al timone delle aziende. E non si parla più di «dare e avere» ma ci so­no i signori con le giacche blu che non si capisce cosa dicono. Quelli che «tra un’ora c’è il briefing e il budget è quello che è». Quelli che, tempo qualche anno, e Motta e Alemagna fanno le valigie per diventare due marchi della Nestlé, a Vevey, Svizzera. Il panettone, intanto, non è più lui. Cam­biano tempi e gusti. Il dolce si chiama des­sert ma ha sempre lo stesso sapore. Il Nata­le è solo quella «settimana bianca» che si paga un po’ di più perché è alta stagione. I garzoni che diventano industriali sono sto­rie che neanche in una fiction di serie B. Se ne va Kakà e, forse, Ibra. Per fortuna tornano Motta e Alemagna.

Motta nasce nel 1919 in un piccolo laboratorio artigianale in via Chiusa. A fondarla è Angelo Motta. Nella metà degli anni Venti si espande e apre diversi negozi in città. Negli anni ’70 la Motta viene venduta alla Sme, la società finanziaria del gruppo Iri. Nel 1993 vende i marchi alla svizzera Nestlé.

La parabola di Alemagna comincia nel 1921 a Melegnano. Gioacchino Alemagna che aveva lavorato come garzone da un fornaio nel 1925 apre un caffè a Milano e nel 1933 un bar pasticceria proprio in piazza Duomo. Negli anni del boom apre stabilimenti anche a Napoli. Negli anni ’70 la crisi, la vendita prima a Sme e poi a Nestlé.  fonte corrieredellasera.it


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