Quando il paesaggio diventa poesia

Vecchie aule semibuie, banchi scomodi e piccole finestre aperte su di un cortile dove il sole non arriva quasi mai. Quanti di noi, annullando la voce spesso monocorde e noiosa della professoressa, hanno perso lo sguardo oltre quei vetri e sognato, nelle ore di lezione, parchi, giardini, alberi e prati fioriti!
Ebbene, oggi tutto questo non è più un sogno: la scuola del futuro sta rafforzando il concetto di educazione naturale “all’aria aperta”, rompendo il recinto dell’aula e utilizzando il territorio come una unica grande “aula didattica decentrata” dove la natura rappresenta il miglior libro mai scritto.
In questa nuova prospettiva quindi, è compito di noi adulti insegnar ai giovani a “leggere” il paesaggio con un ottica innovativa, adottando criteri diversi da quelli utilizzati fino ad ora.
La natura non deve più essere considerata una scenografica cornice di un palcoscenico vivente ma un universo pulsante di magici equilibri di cui l’uomo è parte integrante.
I ragazzi sanno “vedere” molto meglio di noi adulti, perché la loro curiosità li spinge ad avventurarsi nel mondo dell’irreale, del fantastico, ed è proprio attraverso questo annullamento della razionalità che riescono a sperimentare nuove sollecitazioni. Prendiamo spunto dalla nota fiaba di Lewis Carrol e inoltriamoci nel mondo del surreale…
Alice era ormai stufa di starsene seduta accanto alla sorella maggiore, in riva al ruscello. Aveva sbirciato un paio di volte fra le pagine del libro che sua sorella stava leggendo, ma non vi aveva scorto né illustrazioni, né parti dialogate. Doveva dunque essere un libro ben noioso, dal momento che non aveva né figure, né dialoghi! Così almeno pensava Alice.
Faceva un gran caldo, e Alice sentiva in testa una gran confusione. Stava in ogni caso pensando se valeva la pena di alzarsi per cogliere margheritine e farne poi una ghirlanda quando vide, con sua grande meraviglia, un Coniglio bianco, con gli occhi rossi, passarle accanto tutto frettoloso. Un coniglio che, a differenza di tutti i conigli di questo mondo che camminano sulle quattro zampine, se ne andava ritto su quelle posteriori, vestito con un panciotto! […]
Seguiamo dunque con animo curioso quel coniglio e dimentichiamo per un po’ le nostre coordinate spazio-temporali. In una parola, rilassiamoci, armonizzando il passo con la respirazione e lasciandoci cullare dai suoni che la natura ci offre generosamente. Passeggiamo, senza concentrarci solo sulle difficoltà che il percorso ci pone; ma guardiamo ogni cosa con occhio attento apprezzandone le forme e i colori; andiamo alla ricerca di ciò che non conosciamo, o che non abbiamo mai guardato attentamente, tocchiamo con le mani la corteccia di un albero, lasciamoci pungere dall’ortica, e ubriacare dall’essenza di un’erba. Con spirito d’avventura, sapendo che ogni scoperta ci arricchirà nello spirito e nel corpo.
Fermiamoci ad accarezzare la sabbia all’ora del tramonto, a respirare il profumo di un fiore, ad ascoltare il verso dei gabbiani, il frastuono di una cascata o l’infrangersi delle onde sulla scogliera. Apprezziamo quanto sia bello riposare all’ombra di un albero, bere da una sorgente che sgorga dalla roccia o semplicemente camminare a piedi scalzi sull’erba. Tutto ci apparirà diverso e forse percepiremo al di la dei suoni la melodia dell’infinito.
Dice Albert Einstein: […] Un essere umano è parte di un intero chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, sino a includere tutte le creature viventi e l’interezza della natura nella sua bellezza. […]
Questa bellezza che molti “grandi” autori e poeti hanno saputo tradurre in versi utilizzando la creatività come mezzo di espressione, dovrebbe stimolare tutti noi alla ricerca di una nuova “dimensione”. Una dimensione che non ha termini di misurazione, né codici d’insegnamento: la dimensione della Coscienza. Solo allora, nella consapevolezza di questo immenso dono si riesce ad avere una visione diversa del mondo in cui viviamo.
Dice James Redfield,ne La profezia di Celestino
[…] Diventai subito consapevole delle forme e dei contorni di ciò che mi circondava. Mi sembrò di riuscire a concentrarmi completamente su ogni quercia, senza considerarne una parte alla volta ma comprendendo immediatamente l’intera forma. Rimasi colpito dall’aspetto e dalla configurazione di ciascun ramo,che mi sembrò unico e irrepetibile. Guardai tutti gli alberi, uno dopo l’altro, girandomi su me stesso. In questo modo mi sembrò che la sensazione di unicità che ogni quercia emanava aumentasse, come se io la vedessi, o meglio l’apprezzassi completamente per la prima volta. […] gli alberi, le foglie, il cielo tutto risaltava ora grazie a una leggera luminosità che suggeriva la presenza di una vita, e forse di una coscienza, che andava oltre la nostra normale comprensione. […]
Facendo ancora una volta riferimento al grande Einstein, se consideriamo che ogni corpo apparentemente inanimato pullula di atomi vibranti ed emette energia, ci accorgiamo che tutto intorno a noi si muove, parla, ed esprime in qualche modo la sua esistenza manifestando gioia, dolore o paura. Rispondendo esattamente come noi uomini a una aggressione esterna, magari ammalandosi o mutando aspetto. Anche un vegetale insomma, manifesta chiaramente il suo “malcontento” se è stato esposto troppo al sole, se è mancante di acqua o peggio ancora se viene reciso ingiustamente.
Questa dunque è la ricerca che ognuno di noi deve fare: percepire il senso di questa unità (cui la Natura già ubbidisce senza porsi domande) e immergersi totalmente in essa, diventando parte del tutto e scoprendo così le leggi in interconnessione che ci legano strettamente alle altre creature.
E ciò può avvenire nel bel mezzo di una foresta, di un lago o di un prato fiorito.
È a tale sensazione cui alludeva certamente Giacomo Leopardi nel suo famoso verso Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.
E dalla consapevolezza del tutto alla percezione dell’amore il passo è breve, e solo allora potremo attingere a quella fonte universale di energia che si espande nell’etere, diventando noi stessi nuovo veicolo di trasmissione verso tutte le altre Creature.
[…]”Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda, […] ci suggerisce il protagonista de Il Piccolo Principe, facendoci riflettere su quanto sia importante lasciare esprimere liberamente i bambini e ascoltare con attenzione i loro strani ‘pensieri’… […] Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio […]
Già, perché non dimentichiamo mai che tutto ciò che esiste intorno a noi potrebbe, anzi, sta purtroppo venendo meno ed è nostro dovere custodire con cura quel che ancora resta di ciò che ci è stato affidato. Ma per fare questo occorre prima di tutto imparare di nuovo ad apprezzare il valore di tutte le creature che vivono al nostro fianco.
Mentre è molto più facile amare un gatto o un cane, è più difficile pensare che un muschio, un albero o un fiore meritino lo stesso rispetto, attenzione e cura. Alice alias Patrizia Remiddi

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